Le incognite della manovra
di Walter Galbiati , di Walter GalbiatiUna manovra nel solco di Draghi su energia e cuneo, ma che oggi forse Draghi non avrebbe firmato. Il che suona un po' paradossale per una premier, come Giorgia Meloni, che ha vinto le elezioni grazie alla sua linea di opposizione contro il precedente governo.
Partiamo dalla principale misura di questa legge di bilancio, quella che impiega più soldi di tutti, ovvero il sostegno a famiglie e industria contro il caro energia, da tutti considerato sacro e santo, ma che necessita di qualche distinguo. Sono 22 miliardi che verranno finanziati a deficit, andando a incrementare il debito italiano che già ammonta alla cifra record di 2.700 miliardi.
Il rischio è che questo nuovo debito possa diventare cattivo, cioè che non aiuti la crescita pur in un contesto di forte inflazione in cui serve un sostegno a famiglie e imprese. "Ciò che rende il debito buono, o cattivo, è l'uso che si fa delle risorse impiegate", aveva detto lo scorso …
Una manovra nel solco di Draghi su energia e cuneo, ma che oggi forse Draghi non avrebbe firmato. Il che suona un po' paradossale per una premier, come Giorgia Meloni, che ha vinto le elezioni grazie alla sua linea di opposizione contro il precedente governo.
Partiamo dalla principale misura di questa legge di bilancio, quella che impiega più soldi di tutti, ovvero il sostegno a famiglie e industria contro il caro energia, da tutti considerato sacro e santo, ma che necessita di qualche distinguo. Sono 22 miliardi che verranno finanziati a deficit, andando a incrementare il debito italiano che già ammonta alla cifra record di 2.700 miliardi.
Il rischio è che questo nuovo debito possa diventare cattivo, cioè che non aiuti la crescita pur in un contesto di forte inflazione in cui serve un sostegno a famiglie e imprese. "Ciò che rende il debito buono, o cattivo, è l'uso che si fa delle risorse impiegate", aveva detto lo scorso anno Draghi in un intervento all'Accademia dei Lincei. E qui tutto dipende da come vengono elargiti gli incentivi.
Tagliare, per esempio, le accise sulla benzina oggi produce debito cattivo: aveva senso farlo quando il prezzo del petrolio era a 120 dollari, ma con le quotazioni intorno agli 80 dollari significa dare un privilegio soprattutto a chi usa l'automobile e a chi può permettersi di viaggiare. Tra l'altro utilizza i soldi dei contribuenti per finanziare i combustibili fossili, senza alcuna prospettiva di transizione energetica. Serve innanzitutto essere più selettivi nei sostegni e il governo Meloni deve ancora dimostrare di saperlo fare.
Lo stesso discorso vale per il gas: gli incentivi vanno legati a un comportamento virtuoso del consumatore. Se riduco il mio consumo nell'orario di picco oppure diversifico in parte le mie fonti di energia aumentando per esempio la quota da rinnovabili, allora merito il sussidio.
Diversamente, se ricevo a pioggia il contributo, ricevo sì un beneficio temporaneo contro il caro bolletta, ma da un punto di vista economico non si tratta altro che di un trasferimento di ricchezza dallo Stato italiano ai Paesi fornitori di gas, come Algeria o Stati Uniti, che beneficiano fra l'altro dell'aumento del prezzo dovuto alla continua crescita della domanda. Che serva sostenere famiglie e imprese contro l'inflazione, soprattutto dovuta al caro energia, sono tutti d'accordo, ma la differenza sta nel come lo si fa.
Sappiamo poi tutti che quei 22 miliardi bastano solo per la prima parte dell'anno e lasciano scoperti i restanti mesi del 2023, aprendo così una scommessa sul come trovare le risorse aggiuntive, una scommessa tutta da vincere, perché se il ciclo economico peggiora, come dice lo stesso governo nei suoi documenti programmatici, le entrate diminuiranno e l'esecutivo non saprà dove prendere le risorse se non da altro disavanzo.
Forse era preferibile tenere gli altri 13 miliardi della manovra a disposizione, invece di disperderli in mille e inutili rivoli per dare a pochi privilegiati un contentino su quanto promesso in campagna elettorale. Che bisogno c'era di estendere il forfait alle partite Iva, un regalo da almeno 5 mila euro per una platea che non aveva certo bisogno di questo beneficio?
E perché introdurre un'altra quota nel variegato universo delle pensioni che garantirà una via d'uscita per pochissimi privilegiati che comunque andranno in pensione con un vitalizio più che decente? È solo una logica di dispersione e di piccolo cabotaggio a tutela di singoli gruppi. Si poteva allora forse rischiare di introdurre un cuneo fiscale maggiore, quasi pari a quello da 16 miliardi urlato ai quattro venti dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.
Ma anche su quei 13 miliardi rimanenti, nonostante le rassicurazioni del governo, pesa l'incognita delle fonti di finanziamento, tutt'altro che scontate in uno scenario economico in peggioramento. Il governo ha predisposto una manovra restrittiva rispetto alla precedente, passando da un deficit del 5,6% al 4,5%, ma per far quadrare i conti nella Nadef ha già ipotizzato una riduzione degli stipendi della Pubblica amministrazione dello 0,6% in valore assoluto e degli acquisti della Pa dello 0,8% in valore assoluto.
Obiettivi impossibili da raggiungere senza una arcigna spending review e in uno scenario di inflazione come quella attuale che complica ulteriormente la ricerca delle risorse per la manovra. Lanciando, tra l'altro, una forte incognita sul 2024, quando entreranno in vigore i nuovi vincoli europei e l'esecutivo dovrà mettere mano a due grandi riforme annunciate, come le pensioni e il reddito di cittadinanza.