L’approccio binario a tutte le questioni produce effetti devastanti nel governo delle transizioni e nelle politiche sociali e del lavoro. Lo stesso vale per il reddito di cittadinanza. Le politiche sui pro/contro dovrebbero almeno partire dall’analisi dei dati. Il reddito di cittadinanza è per molti l’unico intervento di politica sociale. Per questo non va abolito ma va modificato perché sia efficace contro le povertà e non consideri tale condizione una condanna a vita. La Caritas, nell’ultimo rapporto sostiene che solo il 47% dei poveri lo riceve. Perché? È stato costruito male perché guidato una fortissima finalizzazione elettoralistica. E dal 2005 i poveri sono triplicati.
I dati di agosto ci dicono che i primi sette mesi del 2022 sono stati 1.605.819 i nuclei percettori di almeno una mensilità di RdC/PdC, con 3.515.428 persone coinvolte e un importo medio erogato a di 552,33 euro. Tra gennaio e luglio 2…
L’approccio binario a tutte le questioni produce effetti devastanti nel governo delle transizioni e nelle politiche sociali e del lavoro. Lo stesso vale per il reddito di cittadinanza. Le politiche sui pro/contro dovrebbero almeno partire dall’analisi dei dati. Il reddito di cittadinanza è per molti l’unico intervento di politica sociale. Per questo non va abolito ma va modificato perché sia efficace contro le povertà e non consideri tale condizione una condanna a vita. La Caritas, nell’ultimo rapporto sostiene che solo il 47% dei poveri lo riceve. Perché? È stato costruito male perché guidato una fortissima finalizzazione elettoralistica. E dal 2005 i poveri sono triplicati.
I dati di agosto ci dicono che i primi sette mesi del 2022 sono stati 1.605.819 i nuclei percettori di almeno una mensilità di RdC/PdC, con 3.515.428 persone coinvolte e un importo medio erogato a di 552,33 euro. Tra gennaio e luglio 2022 è stato revocato il beneficio a 37.885 nuclei e sono decaduti dal diritto 207.033 nuclei.
Malcontati, 1 su 3 dei beneficiari sono “occupabili”, ovvero circa 1 milione. L’esortazione nell’Italia della rendita - “andate a lavorare” - abusata al centro e nella destra è altrettanto demagogica.
Nel nostro Paese le politiche attive del lavoro danno lavoro agli esperti di politiche attive del lavoro. Perché la politica o non ci crede, o non ha il coraggio di scomodare nessuno perché tali misure abbiano un impatto reale e portino ad un diritto esigibile. Chi vanta risultati nel breve periodo generalmente “mente”, il lavoro merita investimenti veri con politiche serie e con ampi orizzonti. Destò sconcerto la gestione dell’Anpal (Agenzia Nazionale per le politiche del lavoro) da parte di Mimmo Parisi, scelto da Conte e Di Maio, ma in realtà i successori non hanno fatto notare grosse discontinuità. Il paradosso è che le politiche attive funzionano nelle regioni con più bassa disoccupazione ma anch’esse hanno un elevato skill mismatch (disallineamento tra competenze richieste e quelle costruite nel nostro sistema di istruzione e formazione). È un’altra delle tante storture generate della riforma del Titolo V, che assegna alle regioni un ruolo importante spesso in contrasto con qualsiasi politica nazionale. Mediamente i Cpi (i centri per l’impiego) non hanno trovato lavoro a più del 3,76% di chi vi si è rivolto.
Gli italiani hanno un motivo in più per ringraziare l’Unione Europea perché tutte le volte che utilizziamo i fondi comunitari, contengono l’obbligo di misurare i risultati e l’impatto delle politiche. Storicamente misurati in Italia da propaganda, demagogia e autocertificazione. Il Pnrr su lavoro e industria non ha dato il meglio di sé. Serve un approccio oggettivo, senza il timore di scontentare nessuno. E senza la propaganda della solita partigianeria faziosa. Appunto guardando i dati. Se le cose non funzionano, metterci tanti soldi non sistema le cose. Esattamente quanto accaduto con i Centri per l’impiego.
Il piano Gol (garanzia di occupabilità dei lavoratori), come ci ricorda la bravissima Lucia Valente, prevede l’“attivazione” di 300.000 persone nel mercato del lavoro entro quest’anno. Significa che sono persone che avranno accesso al lavoro? Magari. Sono persone accolte nei Cpi, a cui è stato fatto un colloquio, dichiarazione di disponibilità al lavoro e firmato un “patto per il lavoro” senza nessun avvio al lavoro. A caro prezzo: per questo obiettivo il governo ha già erogato alle regioni il 75 per cento degli 880 milioni della prima tranche, si è impegnato a raddoppiare il risultato portandolo a 600 mila unità come target nazionale per il 2022. Quando le cose non funzionano, l’autonomia delle regioni può essere derogata quantomeno per non sciupare risorse pubbliche.
Il governo Meloni propone il superamento del reddito di cittadinanza dal 2024. Un aumento delle condizioni per poterlo ricevere nella fase transitoria e un solo fatto positivo: la formazione obbligatoria di 6 mesi per i beneficiari dai 18 ai 59 anni. Ma chi si occuperà della formazione, della sua qualità e della sua “adattività”. È un mistero. Come nei precedenti governi, si scimmiotta la flex-security, con idee chiare sulla “flex” e nessuna sulla nuova protezione sociale e sulla capacità di costruire politiche di riscatto e soprattutto soggetti attuatori in grado di realizzarle. Infine, per i 2 milioni di “non occupabili”, cancellati gli abusi, cosa si metterà in campo?