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Cellulare in classe, se la scuola del "merito" diventa una caricatura

Roma, ingresso a scuola 
Il ministro Valditara non coglie che educare a un uso intelligente dello smartphone e della tecnologia digitale è complicato perché non abbiamo una "tradizione" pedagogica alle spalle. Da quello schermo non passano solo chiacchiere, ma molto altro. Certo, potrebbe essere usato meglio: ma perché non ci proviamo insieme?
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Un'uscita come "via i cellulari dalle aule" ottiene consensi facili. Conforme alla visione oggettivamente punitiva della scuola che il neoministro Giuseppe Valditara sta alimentando con le sue esternazioni quotidiane, è più scivolosa di quanto appaia. E più paradossale. Intanto perché chi la applaude, trovandola segno di rigore e di ritorno alla disciplina, lo fa magari commentandola sui social.

Tipico e demenziale cortocircuito: i censori della tecnologia digitale, i moralisti alla buona, persuasi che i giovanissimi siano dipendenti dallo smartphone, sono in larga parte dipendenti dallo smartphone. Sono i cinquanta-sessantenni che hanno ridotto Facebook a un social carico di melassa e di rancore per gente molto adulta, opportunamente disertato dagli under 30. Sono i professionisti che - tanto quanto i loro figli, o molto peggio - vivono lo smartphone come una protesi.

Non è una colpa, è un dato: transgenerazionale. Ma padri e …

Un'uscita come "via i cellulari dalle aule" ottiene consensi facili. Conforme alla visione oggettivamente punitiva della scuola che il neoministro Giuseppe Valditara sta alimentando con le sue esternazioni quotidiane, è più scivolosa di quanto appaia. E più paradossale. Intanto perché chi la applaude, trovandola segno di rigore e di ritorno alla disciplina, lo fa magari commentandola sui social.

Tipico e demenziale cortocircuito: i censori della tecnologia digitale, i moralisti alla buona, persuasi che i giovanissimi siano dipendenti dallo smartphone, sono in larga parte dipendenti dallo smartphone. Sono i cinquanta-sessantenni che hanno ridotto Facebook a un social carico di melassa e di rancore per gente molto adulta, opportunamente disertato dagli under 30. Sono i professionisti che - tanto quanto i loro figli, o molto peggio - vivono lo smartphone come una protesi.

Non è una colpa, è un dato: transgenerazionale. Ma padri e nonni non sono nativi digitali, e in questo senso non sanno uscire dalla contrapposizione insensata reale/virtuale, o da una goffa, manichea filosofia "analogica" applicata a strumenti che si illudono di dominare. Detto altrimenti: non sono stati educati a usarli.

È questo il tema che il ministro non coglie: educare a un uso intelligente dello smartphone e della tecnologia digitale in genere è complicato perché non abbiamo una "tradizione" pedagogica alle spalle. Siamo sbarcati in un'era nuova senza manuale di istruzioni. E se da un lato i nativi digitali sono spesso più istintivamente, naturalmente consapevoli, i loro genitori e educatori non danno buoni esempi.

Chi è senza peccato, eccetera: rendono lo smartphone o l'iPad un babysitter fin dai primissimi anni d'età dei bambini, salvo poi vincolarne l'uso, nel periodo dell'adolescenza, a punizioni o gratificazioni. Malissimo! Lo smartphone è parte della vita di miliardi di esseri umani del ventunesimo secolo quanto l'elettricità in casa e gli occhiali sul naso di chi ne abbisogna: che senso ha negarlo?

E come è possibile non cogliere ancora che da quello schermo non passano solo chiacchiere e intrattenimento (anche), ma molto, molto altro. E che sì, certo, potrebbe essere usato meglio: ma perché non cominciamo a provarci insieme?

Un patto educativo è un'alleanza strategica, solidale, basata sulla fiducia, a casa come a scuola. Se io non mi fido della persona che sto provando a educare, è plausibile che lei non si fiderà di me. Sospetto e diffidenza non sono buoni supporti. Per questo chiedere agli studenti di consegnare il proprio smartphone all'ingresso a scuola, come davanti a uno scanner aeroportuale o come in carcere, è sciocco, controproducente, in qualche caso perfino umiliante (participio presente che il ministro sembra non disdegnare).

Ragazze e ragazzi usano il telefono durante l'ora di lezione? Non va bene, se si tratta di distrarsi e di copiare. Ma è così difficile stabilire le regole e farle rispettare? Ne dubito, almeno per quanto riguarda la gestione di questo congegno elettronico, peraltro piuttosto visibile. Lo usano per inquadrare un qr code (di cui sono ormai fitti i libri di testo)? Forse superfluo, ma non insensato.

Meno trattiamo da adulti i nostri interlocutori più giovani, meno sapranno dimostrare come provano a diventarlo. Se la scuola del Merito arriva all'assurdo di stabilire quando e se ci si merita uno smartphone nel 2022, è già diventata una caricatura. Ma non fa ridere.