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La cultura dell'umiltà

Il ministro dell'Istruzione precisa il suo pensiero sui lavori socialmente utili per gli studenti
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Caro Direttore, mi rivolgo a lei perché so che è persona culturalmente preparata e in buona fede, che ha ben compreso il senso di alcune mie parole pronunciate al convegno di Italia Direzione Nord. Ricordo, come premessa che dovrebbe essere nota ma che è bene ribadire, che stavo commentando un grave atto di violenza, commesso da uno studente ai danni di una docente. Le mie parole si sono riferite a quella specifica circostanza e a quello specifico comportamento. Spiace che qualche commentatore, forse non pienamente in buona fede, abbia voluto generalizzare. Il riferimento, come detto, era chiarissimo: come reagire di fronte a un soggetto violento, di fronte a chi non pratica la cultura del rispetto e del dialogo con l’altro, ma al contrario persegue la via della prevaricazione e della sopraffazione. Come reagire, se tutto questo accade non nel buio di una strada notturna, ma in un istituto scolastico? Al riguardo,
ho sostenuto che la sospensione, come strume…

Caro Direttore, mi rivolgo a lei perché so che è persona culturalmente preparata e in buona fede, che ha ben compreso il senso di alcune mie parole pronunciate al convegno di Italia Direzione Nord. Ricordo, come premessa che dovrebbe essere nota ma che è bene ribadire, che stavo commentando un grave atto di violenza, commesso da uno studente ai danni di una docente. Le mie parole si sono riferite a quella specifica circostanza e a quello specifico comportamento. Spiace che qualche commentatore, forse non pienamente in buona fede, abbia voluto generalizzare. Il riferimento, come detto, era chiarissimo: come reagire di fronte a un soggetto violento, di fronte a chi non pratica la cultura del rispetto e del dialogo con l’altro, ma al contrario persegue la via della prevaricazione e della sopraffazione. Come reagire, se tutto questo accade non nel buio di una strada notturna, ma in un istituto scolastico? Al riguardo,
ho sostenuto che la sospensione, come strumento sanzionatorio, rischia di non avere alcun valore educativo e di non incidere significativamente sulla probabilità che il comportamento in questione possa essere reiterato. La mia idea era, ed è tuttora, che occorra oggi avere a disposizione una pluralità di strumenti, fra cui anche far fare al “bullo” un’esperienza concreta, di vita, di lavoro a favore di una comunità. Della sua stessa comunità.


Infatti, è la concreta esperienza personale di un modo diverso di essere e di agire, che può modificare il nostro comportamento. Che può farci crescere. E qui veniamo al passaggio contestato. Riconosco che il passaggio stesso può risultare non univoco nella sua interpretabilità, ma nel mio pensiero, e nelle mie parole, è decisivo l’uso riflessivo del verbo: ho detto, nel passaggio in questione, “umiliandosi”, non “umiliandolo”. È dunque il protagonista stesso che si fa umile, non sono (né in alcun modo dovrebbero essere) gli altri ad umiliarlo. Il significato precipuo del termine “umiliazione” va in questa direzione: “riconoscimento di un errore o difetto, che comporta uno stato più o meno penoso di vergogna o di contrizione”. È questo processo di autoconsapevolezza e di modificazione del proprio sistema valoriale, che va stimolato. E, lo riaffermo, sono convinto che sotto questo profilo possa essere molto più utile e formativa un’esperienza di servizio alla propria comunità, rispetto all’esclusione dalla comunità medesima (come, di fatto, è la sospensione).


Accettando di fare un lavoro socialmente utile, il ragazzo accetta la sfida di ridurre le pretese del proprio ego, e dunque di farsi umile. Accetta la sfida della responsabilità, ossia del riconoscere il proprio errore. Con il lavoro in favore della collettività mostra di voler davvero riparare al torto che, nei confronti di quella comunità, ha commesso. In gioco ci sono da una parte un valore e dall’altra un disvalore. È in gioco l’umiltà contro l’arroganza. Senza vera umiltà nessuna autentica crescita personale è possibile. Perché è proprio l’umiltà che, facendoci riconoscere la nostra inadeguatezza in quella specifica circostanza, ci spinge a imparare, riconoscendo e rispettando l’autorevolezza di chi insegna. A tal proposito, vorrei citare una delle frasi a mio parere più belle e importanti della predicazione cristiana (Luca 14, 11): “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato”.
In conclusione, il mio era e rimane un invito a diffondere la cultura dell’umiltà che si sposa con quella del rispetto e del contrasto alla contrapposta cultura dell’arroganza. Strumentalizzare non è mai un buon servizio alla causa della verità. A maggior ragione nel caso delle “Farfalle”, le nostre bravissime atlete della ginnastica ritmica: è proprio contro quel tipo di prevaricazione che hanno subito, che io intendo battermi, che sia attuata da un coetaneo o peggio ancora da un adulto con un ruolo di insegnamento. È costui, o costei, che deve ritrovare la cultura dell’umiltà, anziché imporre umiliazioni esterne a coloro cui deve insegnare. L’esatto opposto di quanto riportato nell’articolo che collega il mio discorso al caso delle “Farfalle”.