Tre opposizioni rischiano di non farne una efficace. Tuttavia ad oggi questa è la situazione. C’è l’opposizione manovriera che s’insinua nelle contraddizioni altrui: sia quelle della destra sia quelle più evidenti della sinistra. È il binomio Calenda-Renzi che a Milano gioca la carta Moratti, come è noto da giorni, mentre a Roma il capo di Azione chiede e ottiene dal presidente del Consiglio un colloquio mirato a proporre correzioni alla manovra di bilancio. L’obiettivo implicito è verificare se il rapporto tra Giorgia Meloni e Salvini può essere incrinato lasciando supporre che a certe condizioni possa prendere corpo un soccorso centrista (per ora solo teorico).
C’è all’altro estremo l’opposizione intransigente di Conte e dei suoi Cinque Stelle. Un “no” definitivo alla legge di bilancio che non si pone nemmeno come ipotesi la possibilità di trattare qualche miglioria…
Tre opposizioni rischiano di non farne una efficace. Tuttavia ad oggi questa è la situazione. C’è l’opposizione manovriera che s’insinua nelle contraddizioni altrui: sia quelle della destra sia quelle più evidenti della sinistra. È il binomio Calenda-Renzi che a Milano gioca la carta Moratti, come è noto da giorni, mentre a Roma il capo di Azione chiede e ottiene dal presidente del Consiglio un colloquio mirato a proporre correzioni alla manovra di bilancio. L’obiettivo implicito è verificare se il rapporto tra Giorgia Meloni e Salvini può essere incrinato lasciando supporre che a certe condizioni possa prendere corpo un soccorso centrista (per ora solo teorico).
C’è all’altro estremo l’opposizione intransigente di Conte e dei suoi Cinque Stelle. Un “no” definitivo alla legge di bilancio che non si pone nemmeno come ipotesi la possibilità di trattare qualche miglioria in Parlamento. Calatosi di nuovo nei suoi panni, l’avvocato del popolo alza i toni, non ha paura di usare aggettivi apocalittici per qualificare i provvedimenti del governo. E soprattutto sventola la bandiera del reddito di cittadinanza: nella difesa a oltranza di quella misura, che resta il segno distintivo del movimento ex grillino nella sua stagione di governo, si legge tutta una strategia: in apparenza rivolta contro l’esecutivo della destra, ma nella sostanza strumento della campagna volta a condizionare il Pd in crisi, fino a trasformarlo in una costola della nuova sinistra guidata da Conte e da chi lo sostiene in modo trasversale.
Missione del tutto legittima che tende a riproporre, diciamo così, uno schema francese. Dove il collasso elettorale e la perdita di contatto con la società hanno fatto del partito socialista un tassello nel mosaico dell’astuto Mélenchon. Il quale, peraltro, è un tribuno di talento e vanta un’esperienza politica lunga e articolata. Viceversa Conte è estraneo a qualsiasi tradizione e dà l’idea di essersi collocato a sinistra più che altro per convenienza. Tuttavia ha imparato a usare con maestria l’arte della demagogia, sfruttando il declino del Pd e una serie di circostanze fortunate. Si è collocato con una certa abilità al centro del palcoscenico e ogni giorno si guadagna senza troppa fatica un titolo sui giornali.
Infine c’è l’opposizione del Pd. Vorrebbe essere riconosciuta come la più responsabile e insieme la più seria, lontana dall’opportunismo di Calenda e dal massimalismo di Conte, ma probabilmente non è più quel tempo. Entrambi i rivali sono più rapidi di riflessi e soprattutto più spregiudicati. Agiscono senza remore contro quel che resta del partito democratico e non temono di mettere nel conto una scissione. O addirittura un’esplicita disgregazione. In ogni caso, non fanno nulla per impedirla. Risultato è che il partito di Enrico Letta, nonostante la dignità con cui il segretario porta la sua croce, è stretto nella stessa tenaglia che lo ha frenato in campagna elettorale: attaccato su due fronti dagli ex alleati, rischia di essere troppo debole per riprendere il filo di un disegno politico, come si conviene a una forza che dovrebbe essere egemone nella sua area.
Alcune ironie che hanno accompagnato l’iniziativa lettiana del 17 dicembre (in piazza contro la manovra della destra) non sono venute solo dalla maggioranza di governo, ma da un fronte composito: segno di una crescente perdita di credibilità e di autorevolezza. Pochi si stupirebbero se alla fine la leadership della linea anti-governativa sulla manovra fosse assunta da Conte, ma con l’apporto di consistenti segmenti del Pd. In altre parole, la soglia del non-ritorno, oltre la quale non sarà più possibile per il partito riprendere quota, si avvicina pericolosamente. E in questo quadro anche le regionali in Lombardia e nel Lazio diventano un momento del lungo e confuso congresso.