Parlate a bassa voce”, c’è scritto sul muro dello scantinato dove i ragazzi vanno a suonare la musica proibita. Non bisogna farsi sentire perché non ci può essere complicità, nessuna protezione: tutti sono tenuti a fare la spia. Chi sa, chi vede e non dice è ugualmente colpevole. Il Regime più di ogni altra cosa teme la bellezza. La musica è pericolosa, l’arte è sovversiva. Il teatro è da abbattere: gli attori parlano ai cuori, smascherano l’inganno del Re — come in Amleto.
Mentre in Iran il regime religioso imprigiona le attrici (Hengameh Ghaziani, perché ha postato su Instagram un video senza velo. Katayoun Riahi perché ha rilasciato un’intervista senza indossare l’hijab) esce oggi in Italia un film, presentato al Torino Film Festival, che racconta una storia a noi molto più prossima eppure sconosciuta. Una storia che non abbiamo mai davvero saputo né…
Parlate a bassa voce”, c’è scritto sul muro dello scantinato dove i ragazzi vanno a suonare la musica proibita. Non bisogna farsi sentire perché non ci può essere complicità, nessuna protezione: tutti sono tenuti a fare la spia. Chi sa, chi vede e non dice è ugualmente colpevole. Il Regime più di ogni altra cosa teme la bellezza. La musica è pericolosa, l’arte è sovversiva. Il teatro è da abbattere: gli attori parlano ai cuori, smascherano l’inganno del Re — come in Amleto.
Mentre in Iran il regime religioso imprigiona le attrici (Hengameh Ghaziani, perché ha postato su Instagram un video senza velo. Katayoun Riahi perché ha rilasciato un’intervista senza indossare l’hijab) esce oggi in Italia un film, presentato al Torino Film Festival, che racconta una storia a noi molto più prossima eppure sconosciuta. Una storia che non abbiamo mai davvero saputo né voluto dire e che rimanda a quella — a quel che accade oggi in Iran. Rimanda, appunto, alla paura che le dittature hanno della bellezza, della giovinezza che la porta. E spiega tanto di migrazioni — il grande tema del nostro tempo — del perché si fugge, da cosa, e di cosa si trova all’approdo. Sovente qualcosa di diverso da quel che si sperava di trovare, e la nostalgia che resta: persino la nostalgia degli anni cupi, quando non c’era niente, si voleva solo scappare da lì, era terribile ma si era anche felici, allora, si era capaci di sperare un futuro diverso. Poi il futuro, quando accade, non è come pensavi.
“Parlate a bassa voce” di Esmeralda Calabria è un film che entra nel cuore per molte ragioni ma, credo, principalmente perché dà una chiave universale per capire la dissidenza, la resistenza, l’opposizione alla sopraffazione del pensiero unico e lo fa attraverso la musica. Una storia semplice, la storia di un ragazzo: Redi Hasa, nato nel 1977 a Tirana, nella Repubblica Popolare Socialista di Albania. Centocinquanta chilometri dalle coste italiane, l’altra riva di là dal nostro mare. Redi, come tutti, parla un po’ d’italiano: conosce le ragazze di Non è la Rai, vede la nostra tv, immagina un mondo dove suonare la sua musica sia permesso, possibile. Suona il violoncello. Come sua madre Aferdita, prima violoncellista all’Accademia musicale di Tirana. Suo padre è primo ballerino al Teatro dell’Opera, suo fratello pianista, concertista. Una famiglia di artisti di prim’ordine negli anni della dittatura comunista di Enver Hoxha, il Grande Padre. La musica occidentale è proibita. Per aver ascoltato Claudio Baglioni — mostra il filmato d’epoca di un processo — puoi essere condannato a diciassette anni di carcere. Suonarla è un reato capitale: negli scantinati i ragazzi fanno la loro rivoluzione silenziosa, parlate a bassa voce, intonando Gershwin a orecchio. Spartiti non ce ne sono. Se tenti di fuggire e ti prendono finisci in carcere a vita, la tua famiglia confinata nei campi. Ekland, il fratello pianista, lascia il Paese clandestinamente durante una tournée in Italia. Redi, quando scoppia la guerra civile, lo raggiunge in Puglia. Poco dopo i genitori, che per vivere faranno i badanti. Redi Hasa è oggi un artista tra i più riconosciuti, suona con Bandadriatica, è un violoncellista di grande talento. Eppure c’è qualcosa, nel suo racconto, che dice di un rimpianto. La voglia di tornare. Nel film Rita Gjeka, celebre attrice e direttrice di teatro, racconta di quegli anni. Quando non potevi recitare se non opere celebrative, quando era pericoloso farsi il segno della croce prima di entrare in scena perché il Regime era ateo, la religione bandita. I teatri venivano abbattuti con le ruspe. Anche lei è venuta in Italia, ma alla fine è tornata a casa: a ricostruire il teatro da capo. C’è una vecchia, la moglie di un carceriere dei campi di prigionia, che dice, nelle ultime inquadrature: non è cambiato molto, con la democrazia. Hanno cancellato tutto quel che aveva fatto il regime, ma insieme hanno eliminati anche il lavoro del popolo. I nostri sacrifici sono stati inutili e siamo rimasti senza niente.
E così, tornando a noi. A quel che sappiamo del nostro tempo. La fuga dalle dittature le rivoluzioni, l’export di democrazia.
Tornando all’Iran, alle ragazze che rischiano la vita e la perdono in nome della libertà di scoprirsi la testa — di non essere costrette. All’Afghanistan, di cui ci siamo già dimenticati. Ai fascismi, ai comunismi, alle dittature religiose, ai fanatismi. Siamo qui, convinti di essere dalla parte giusta della Storia, di saperla. E invece no, l’unico modo di capire la Storia è ascoltare le storie: basta quella di uno solo, certe volte. La storia di una vita, una persona sola. Scoprire che la musica, per esempio, fa la rivoluzione. Imparare che l’unica cosa che può sconfiggere la stupidità e la crudeltà degli umani è la persistenza dell’arte. Della conoscenza del sapere della poesia del teatro. Una canzone, a volte. E difatti, Bella Ciao.