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Dall'umiliazione all'autoritarismo: la destra e il complesso del ciclista

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Il termine utilizzato da Giuseppe Valditara, anche al di là delle intenzioni del ministro, non può non richiamare alla mente di chi ascolta la questione dell'autorità e del suo significato politico
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La dichiarazione del ministro Valditara sull'umiliazione come finalità delle punizioni in ambito scolastico è stata un lapsus, poi corretto davanti a una valanga di reazioni costernate e furiose: non di umiliazione inflitta il ministro voleva parlare, ma di umiliazione maturata dai colpevoli stessi, attraverso una presa di coscienza.

Eppure, va confermato che il lessico dell'umiltà, comunque declinato, è estraneo alla democrazia: il cui linguaggio ufficiale dovrebbe essere laico e privo di risvolti moralistici. Le questioni sollevate dal ministro dovrebbero fare perno su nozioni giuridiche e politiche come disciplina, responsabilità e, semmai, autorità.

Questa significa "far crescere" e implica quindi una relazione orientata allo sviluppo di chi all'autorità è sottoposto. Nella sua accezione positiva, autorità coincide con l'autorevolezza: può correggere errori e disciplinare comportament…

La dichiarazione del ministro Valditara sull'umiliazione come finalità delle punizioni in ambito scolastico è stata un lapsus, poi corretto davanti a una valanga di reazioni costernate e furiose: non di umiliazione inflitta il ministro voleva parlare, ma di umiliazione maturata dai colpevoli stessi, attraverso una presa di coscienza.

Eppure, va confermato che il lessico dell'umiltà, comunque declinato, è estraneo alla democrazia: il cui linguaggio ufficiale dovrebbe essere laico e privo di risvolti moralistici. Le questioni sollevate dal ministro dovrebbero fare perno su nozioni giuridiche e politiche come disciplina, responsabilità e, semmai, autorità.

Questa significa "far crescere" e implica quindi una relazione orientata allo sviluppo di chi all'autorità è sottoposto. Nella sua accezione positiva, autorità coincide con l'autorevolezza: può correggere errori e disciplinare comportamenti devianti, certo, ma è sempre animata da un impulso educativo, rivolto a suscitare dignità e responsabilità, collaborazione e autocoscienza.

E certamente non richiede umiltà né tanto meno umilia, non schiaccia a terra (all'humus - da cui derivano i termini in discussione) perché appunto vuole far crescere. In questa accezione, autorità convive con libertà, con emancipazione: prepara all'autonomia personale, o almeno al rispetto consapevole della legge.

Vi è invece un'interpretazione di autorità come autoritarismo, cioè come un comando che non vuole convincere ma abbattere ogni resistenza. Mentre l'autorevolezza nasce da una forza che vuole rendere forte anche l'altro, l'autoritarismo vuole abbassare l'altro, punirne l'insubordinazione. Ed è perciò espressione, mascherata, di debolezza.

Come hanno mostrato da decenni gli studi della Scuola di Francoforte, e di molti altri, la personalità autoritaria scarica sul sottoposto un'aggressività e una frustrazione che nascono dalla soggezione a un'altra superiore autorità. La personalità autoritaria pretende ubbidienza perché deve a sua volta ubbidire; umilia perché è sottoposta a umiliazione.

In questo contesto l'azione autoritaria è di fatto una vendetta indiretta, che perpetua il ciclo della prevaricazione e della degradazione, a cui nessuno sfugge, da cui non ci si emancipa. È il "complesso del ciclista" che, mentre è costretto a piegare la schiena, come se una forza dall'alto lo premesse, spinge i pedali verso il basso.

È questa una delle chiavi interpretative più radicali della destra. Più che da un bisogno di legalità, cioè del rispetto della legge come norma universale, infatti, questa si nutre di una richiesta di autorità (nella variante autoritaria) che è selettiva, mirata: la correzione, il comando, nelle forme più severe, sono riservati agli ultimi, ai più lontani dalla presunta normalità.

Una società che si sente oppressa da molti poteri e processi, che non sa identificare, cerca sollievo in qualche forma di evasione (fiscale, soprattutto) e intanto chiede alla politica qualche rivincita, qualche compensazione a danno dei devianti. Pulsioni anarcoidi, tentativi di sottrarsi alla legge, convivono con richieste di un'interpretazione vendicativa e vessatoria della legge.

Troppi sono gli esempi - dai migranti ai rave - perché li si possa elencare. In essi si mostra che l'ideologia dell'ordine - feticcio della destra - si accompagna alla pratica del disordine: che la norma è affermata attraverso l'asimmetria, la diseguaglianza. E si conferma che la politica della destra consiste nell'offrire alla società (o meglio, ai suoi elettori) illusorie rivincite simboliche in cambio di delusioni sostanziali quasi generalizzate (si veda la legge di bilancio).

Lo scandalo sollevato dal ricorso alla terminologia dell'umiliazione nasce dal fatto che quel termine, anche al di là delle intenzioni personali del ministro, non può non richiamare alla mente di chi ascolta la questione dell'autorità e del suo significato politico.

E non può non sollecitare una riflessione sul fatto che, ben prima di quelle dichiarazioni, una delle cause del successo elettorale della destra è stata appunto l'avere percepito il disagio profondo di una società in cui hanno grande spazio il timore e il risentimento, la percezione di precarietà e di subalternità, e la rancorosa ansia di ritorsione e di rivincita.

Un malessere, una malattia, a cui la destra usa rispondere non con la libertà, come sostiene, ma appunto con "l'autorità autoritaria". Mentre la cura dovrebbe passare attraverso una politica che promuova sistematicamente, in chiave emancipatoria, la giustizia sociale e la democrazia. Un programma vasto, ma ineludibile per chi pensi a un'alternativa al presente stato di cose.