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Autonomia differenziata: lo Stato non sia accentratore

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L'Italia è da sempre divisa e il divario Nord-Sud aumenta. Il che dovrebbe far riflettere: non è l'uniformità a meglio garantire la non discriminazione tra i cittadini
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Nell'articolo "Il suicidio dello Stato" del 26 novembre Michele Ainis mette sotto accusa la cosiddetta bozza Calderoli sostenendo che essa confliggerebbe con i principi costituzionali alla luce dei quali deve essere letto l'articolo 116, comma 3 della Costituzione, il quale prevede che possano essere riconosciute alle Regioni, a seguito di intesa con il governo, "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia".

Tutto ciò per tre ragioni. La prima attiene al numero e all'eterogeneità delle materie, su cui la bozza non interviene, favorendo in tal modo coloro che vivono nei territori più ricchi. Si è calcolato, riferisce Ainis, che il trasferimento delle competenze a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sulla base delle preintese del 2018 genererebbe per queste ultime un "surplus" di 21 miliardi (in un contesto in cui i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, da garantirsi a tutti per i diritti civili e so…

Nell'articolo "Il suicidio dello Stato" del 26 novembre Michele Ainis mette sotto accusa la cosiddetta bozza Calderoli sostenendo che essa confliggerebbe con i principi costituzionali alla luce dei quali deve essere letto l'articolo 116, comma 3 della Costituzione, il quale prevede che possano essere riconosciute alle Regioni, a seguito di intesa con il governo, "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia".

Tutto ciò per tre ragioni. La prima attiene al numero e all'eterogeneità delle materie, su cui la bozza non interviene, favorendo in tal modo coloro che vivono nei territori più ricchi. Si è calcolato, riferisce Ainis, che il trasferimento delle competenze a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sulla base delle preintese del 2018 genererebbe per queste ultime un "surplus" di 21 miliardi (in un contesto in cui i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, da garantirsi a tutti per i diritti civili e sociali che danno corpo alla cittadinanza non sono ancora stati determinati).

La seconda è che la bozza non tratta l'autonomia differenziata come eccezione rispetto alla regola: essa consente una regionalizzazione così spinta da mettere in discussione la fisionomia dello Stato, che diventerebbe "federale" senza passare da una riforma costituzionale.

La terza attiene al ruolo del Parlamento, inaccettabilmente marginale: le Camere possono approvare o respingere le intese Stato-Regione senza poterle emendare.

Si tratta di osservazioni che, pur cogliendo il punto centrale del dibattito, e cioè la necessità dell'equilibrato bilanciamento tra le esigenze dell'autonomia e della solidarietà, non convincono per le seguenti ragioni.

Partiamo dalla numerosità delle materie che la bozza non riduce. La critica non pare ricevibile per una ragione semplice: come potrebbe considerarsi in linea con la Carta fondamentale una legge di attuazione di una norma della Costituzione che riduca gli ambiti di differenziazione previsti nella norma della Costituzione?

Non va dimenticato poi che le intese avranno a oggetto il trasferimento non di tutte le competenze possibili relative alle materie enunciate nell'articolo 116, ma solo delle funzioni che lo Stato deciderà di riallocare nell'assunto che la gestione regionale consentirà ai cittadini di usufruire di servizi migliori.

I timori di Ainis sono quindi eccessivi perché muovono dall'idea che le richieste regionali, in tesi generalizzate, saranno supinamente accettate dal governo. Cosa fa pensare che sarà così? Perché dovrebbe essere la legge di attuazione a introdurre limiti alla devoluzione di funzioni in un contesto in cui la loro regionalizzazione dovrà passare dalla successiva intesa Stato-Regione?

La seconda ragione attiene ai profili finanziari. L'affermazione secondo la quale passerebbe alle Regioni un "surplus" di 21 miliardi è sbagliata perché: 1) parte dall'inverosimile assunto che tutto il richiesto sarà concesso; 2) l'importo sarebbe, secondo Rizzo e Secomandi dell'Università di Ferrara, più ridotto, 16 miliardi circa, che si riducono a meno di 5 se non "passasse" l'istruzione; 3) non si tratta di un guadagno ma della spesa, oggi statale, che le Regioni dovranno sostenere per le nuove competenze (non ha senso quindi prefigurare un corrispondente impoverimento delle altre Regioni).

Non può nemmeno sostenersi che all'accordo debba addivenirsi solo una volta definiti i Lep: se così fosse, lo ha evidenziato nel 2021 il gruppo di lavoro istituito presso il ministero degli Affari regionali presieduto dal professor Caravita, il processo di attuazione della norma costituzionale dipenderebbe da condizioni di fattibilità rimesse alla discrezionale volontà del legislatore statale.

La terza riguarda il coinvolgimento del Parlamento. Ora, a parte che il parere, previsto dalla bozza, da chiedersi alla Commissione bicamerale sulle questioni regionali costituisce un passo in avanti perché, a fronte di un'eventuale posizione critica su aspetti decisivi dell'intesa, sarebbe azzardato affrontare l'aula senza dar seguito alle osservazioni ricevute, resta che è difficile capire come sia possibile ipotizzare che il Parlamento possa modificare l'intesa, costringendo poi la Regione ad applicare un testo di cui non ha condiviso i contenuti.

Infine, un'ultima osservazione. Il Paese è da sempre diviso e il divario Nord-Sud aumenta. Il che dovrebbe far riflettere sul presupposto da cui Ainis sembra partire, quello secondo cui sono accentramento e uniformità a meglio garantire la non discriminazione tra i cittadini.

Perché dunque, preso atto che l'Italia è uno dei Paesi più diseguali d'Europa, si esclude sempre categoricamente che l'intero Paese potrebbe crescere di più se si adottassero strategie volte a consentire alle Regioni di migliorare il livello quali-quantitativo dei servizi resi dalla Pubblica amministrazione?

L'autore è docente di Diritto tributario all'Università di Trento