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In Russia va in scena il Minculpop dei film

Le regole fissate dal Cremlino per rappresentare il Paese dopo l'invasione dell'Ucraina. E le major multinazionali sono già scappate
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"Sottolineare il ruolo della Russia come forza di pace e la funzione liberatrice svolta dal soldato sovietico; opporsi ai tentativi di falsificare la storia; popolarizzare l’eroica abnegazione mostrata dai nostri soldati nel corso dell’Operazione Militare Speciale e il sostegno compatto di tutta la società verso le Forze Armate; denunciare la politica neocoloniale del mondo anglosassone, il degrado morale dell’Europa, la necessità di un mondo multipolare. La Russia di oggi è uno Stato moderno, stabile e sicuro che offre ampie possibilità per la realizzazione e lo sviluppo della persona”. Non sono slogan ascoltati nei talk iper-putiniani di Vladimir Solovëv, ma alcuni dei “Temi prioritari per il sostegno statale alla produzione cinematografica” diffusi nei giorni scorsi dalla ministra per la Cultura Olga Ljubimova. In sostanza: i criteri ideologici a cui devono uniformarsi tutti coloro che vogliono continuare a f…

"Sottolineare il ruolo della Russia come forza di pace e la funzione liberatrice svolta dal soldato sovietico; opporsi ai tentativi di falsificare la storia; popolarizzare l’eroica abnegazione mostrata dai nostri soldati nel corso dell’Operazione Militare Speciale e il sostegno compatto di tutta la società verso le Forze Armate; denunciare la politica neocoloniale del mondo anglosassone, il degrado morale dell’Europa, la necessità di un mondo multipolare. La Russia di oggi è uno Stato moderno, stabile e sicuro che offre ampie possibilità per la realizzazione e lo sviluppo della persona”. Non sono slogan ascoltati nei talk iper-putiniani di Vladimir Solovëv, ma alcuni dei “Temi prioritari per il sostegno statale alla produzione cinematografica” diffusi nei giorni scorsi dalla ministra per la Cultura Olga Ljubimova. In sostanza: i criteri ideologici a cui devono uniformarsi tutti coloro che vogliono continuare a fare cinema nella Russia di Putin contando sulle risorse dello Stato.


Perché anche il cinema russo è stato investito in pieno dalle conseguenze dell’aggressione all’Ucraina, così come tutta la cultura russa è sottoposta al ricatto di un regime che oggi più di ieri pretende fedeltà in cambio di benefici e rendite. Il risultato, nel cinema così come in altri settori, è la nascita di due culture: una che accetta la compromissione con il putinismo, l’altra che prosegue la propria missione di libertà e civiltà pagandone il prezzo con l’emarginazione pubblica, l’emigrazione all’estero, la persecuzione in patria.


Nel caso del cinema la stretta repressiva è stata favorita dal passaggio di fatto allo Stato delle decisioni fondamentali sui finanziamenti e sui contenuti delle produzioni cinematografiche, che pure negli anni scorsi avevano conosciuto una stagione di grande fioritura e relativa libertà espressiva. Merito anche dell’arrivo nella Federazione Russa delle grandi major occidentali e delle piattaforme di streaming, che da un lato avevano garantito cospicue risorse economiche per produzioni nazionali e dall’altro avevano permesso a film russi di qualità di raggiungere i mercati occidentali e di farsi strada nei festival internazionali. Una stagione nella quale anche i registi apertamente critici verso il regime putiniano, come Kirill Serebrennikov, avevano potuto continuare a lavorare in patria e raggiungere all’estero significativi successi di critica e pubblico. Tra l’altro il 2021 era stato un anno fortunato per il cinema russo. A Cannes veniva acclamato Il Capitano Volkonogov è fuggito di Natasha Merkulova e Aleksej Chupov, ambientato durante il Grande Terrore staliniano, e a Venezia era applaudito Petrov ha l’influenza dello stesso Serebrennikov. Netflix aveva deciso di produrre in Russia e di esportare sui circuiti internazionali un imponente adattamento di Anna Karenina mentre la Universal Picture si apprestava a distribuire nel mondo il kolossal russo Voland, tratto ovviamente da Il maestro e Margherita di Bulgakov.


Tutto finito con il 24 febbraio 2022. Subito dopo l’invasione dell’Ucraina è iniziato l’esodo dalla Russia di capitali e aziende occidentali. E con loro se ne sono andate major come Sony Pictures, Warner Bros, Paramount e società di streaming come Apple, Disney e Netflix. Interrotti i progetti di co-produzione e distribuzione all’estero così come i canali di streaming legale, il cinema russo è precipitato dall’oggi al domani in una cupa replica dell’epoca sovietica: gli spettatori costretti a ricorrere a copie illegali dei nuovi titoli e delle serie occidentali, le produzioni cinematografiche obbligate a reperire risorse bussando allo sportello dello Stato o a quello degli oligarchi putiniani che si dilettano di cinema patriottico. E come in epoca sovietica, molti registi hanno preso la strada dell’emigrazione per continuare a lavorare in libertà mentre altri hanno scelto di rimanere in patria rinunciando a progetti già avviati. Il decalogo del ministero della Cultura arriva oggi a chiudere il cerchio di una normalizzazione ideologica che punta ad allineare al regime anche il cinema russo, sfruttando la sua dipendenza dalle finanze statali. Ovviamente nel nome di quegli obiettivi di “tutela e rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali della Russia” tante volte enunciati da Putin e a cui la disposizione ministeriale si richiama esplicitamente.