La manovra leggera che pesa
di Tito Boeri e Roberto Perotti , di Tito Boeri e Roberto PerottiLa manovra del governo Meloni è di dimensioni limitate: al di là del rinnovo delle misure temporanee contro il caro energia già varate dal governo Draghi, sposta tra diversi capitoli di bilancio 16 miliardi, molto meno di manovre precedenti. Meglio cosi perché la coalizione aveva fatto molte promesse elettorali insostenibili. Non sappiamo in che misura ciò sia dovuto alle componenti più responsabili della maggioranza. Probabilmente dobbiamo ringraziare anche la crisi energetica, che ha assorbito risorse che altrimenti sarebbero andate a mantenere le promesse, e la mancanza di tempo, che ha spinto a varare programmi di spesa che in molti casi dureranno solo nel 2023. Singolare che vengano presentati come il primo tassello di riforme più ambiziose, dato che dureranno lo spazio di un mattino.
L’eredità di questa manovra sul lato delle entrate non è altrettanto fugace. Tra i provvedimenti non transitori spiccano qu…
La manovra del governo Meloni è di dimensioni limitate: al di là del rinnovo delle misure temporanee contro il caro energia già varate dal governo Draghi, sposta tra diversi capitoli di bilancio 16 miliardi, molto meno di manovre precedenti. Meglio cosi perché la coalizione aveva fatto molte promesse elettorali insostenibili. Non sappiamo in che misura ciò sia dovuto alle componenti più responsabili della maggioranza. Probabilmente dobbiamo ringraziare anche la crisi energetica, che ha assorbito risorse che altrimenti sarebbero andate a mantenere le promesse, e la mancanza di tempo, che ha spinto a varare programmi di spesa che in molti casi dureranno solo nel 2023. Singolare che vengano presentati come il primo tassello di riforme più ambiziose, dato che dureranno lo spazio di un mattino.
L’eredità di questa manovra sul lato delle entrate non è altrettanto fugace. Tra i provvedimenti non transitori spiccano quattro provvedimenti che a bocce ferme hanno magari effetti limitati, ma destinati a indebolire fortemente il contrasto all’evasione fiscale. Il primo è l’innalzamento al tetto del contante da 2000 a 5000 euro di cui abbiamo già scritto su queste colonne. Il secondo è l’eliminazione delle sanzioni nei confronti degli esercenti che non accettano i pagamenti elettronici (quindi tracciabili) fino a 60 euro. Il terzo è il condono totale delle cartelle esattoriali fino a 1000 euro e parziale di quelle fino a 3000 euro. Vero che solo il 10% di queste cartelle sono esigibili e che i costi di riscossione non sono indifferenti (anche se in calo grazie alla digitalizzazione dei controlli e dei dati), ma bisogna sempre guardare in avanti quando si varano provvedimenti di questo tipo.
Dovrebbero essere accompagnate da una intensificazione delle attività di contrasto all’evasione fiscale, per non incoraggiare ulteriormente l’evasione su redditi futuri. Il quarto provvedimento pro-evasione è la detassazione quasi totale di una quota, che può arrivare fino al 25% della retribuzione, per i datori di lavoro di circa due milioni di lavoratori nel settore del turismo e della ristorazione. A dispetto del nomignolo che gli è stato dato, “la detassazione delle mance” non è una misura a favore dei camerieri, baristi o dipendenti di alberghi che già oggi non pagano le tasse sulle mance elargite in contanti. È una misura a favore dei loro datori di lavoro che potranno pagare fino a un quarto della retribuzione senza versare i contributi sociali (quindi le pensioni future) ai propri dipendenti e pagando tasse più basse.
Altre misure fiscali accentuano le iniquità del nostro sistema. Pensiamo alla tassa sostitutiva al 15% per i lavoratori autonomi con fatturato fino a 85.000 euro. Un lavoratore dipendente con un reddito superiore a 50.000 euro pagherà in tasse circa 50 centesimi (43% più addizionali locali) su ogni euro addizionale di reddito, tre volte quello che pagherà un libero professionista (15 centesimi). A questo si aggiunga la cosiddetta flat tax incrementale per il lavoratore autonomo che, come abbiamo già avuto modo di rimarcare, oltre ad essere un’idea semplicemente balzana e un ulteriore elemento di complessità, in periodi come quello attuale di inflazione a due cifre comporta una riduzione generalizzata delle tasse per la categoria. Anche in questo caso gli effetti stimati a bocce ferme sono piccoli, ma provvedimenti di questo tipo possono spingere molti a passare dal lavoro alle dipendenze al lavoro autonomo.
Le iniquità maggiori della manovra si manifestano comunque nelle misure sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza. Partiamo dalle prime. Occorreva fare qualcosa per i lavoratori, soprattutto donne, che dovranno attendere fino a 67 anni per andare in pensione, al contrario di quanto avverrà per i lavoratori soggetti interamente al metodo contributivo (che potranno andare in pensione fino a 3 anni prima). La legge non fa nulla per loro. Invece offre pensioni piene per chi ha 41 anni di contributi e 62 di età (la cosiddetta quota 103). Poiché non prevede alcuna riduzione, seppur piccola, legata all’anticipo pensionistico, è un vero e proprio regalo, destinato a costare più di un miliardo nel 2024, rivolto soprattutto a uomini del settore pubblico.
Sul reddito di cittadinanza si introduce un limite temporale di 8 mesi alla percezione del sussidio, che non ha corrispettivo in nessun altro Paese. Si applica ai cosiddetti “occupabili”, definiti come coloro che non vivono in nuclei con disabili e che non siano minori o abbiano più di 60 anni. Si tratta, secondo i calcoli di Massimo Baldini dell’Università di Modena, di circa 500.000 persone e di un terzo delle famiglie attualmente percettrici del reddito.
Non è affatto detto che tutte le persone in queste condizioni e fascia di età siano davvero in grado di lavorare. Alcune hanno malattie mentali e problemi di disagio sociale per cui hanno bisogno di assistenza psicologica e sociale. Altre semplicemente non hanno alcuna abilità richiesta sul mercato del lavoro. Altre ancora sono fisicamente in grado di lavorare e lavorano (un quinto degli attuali percettori del reddito di cittadinanza lavora) ma semplicemente non riescono a trovare un lavoro stabile che li porti al di sopra della soglia della povertà.
Esistono certo i “divanisti da reddito di cittadinanza”, ma esistono anche e soprattutto i disoccupati involontari e i lavoratori poveri! La misura del governo mette tutti sulla strada dopo 8 mesi. Se si voleva davvero incentivare il lavoro tra chi è in condizione di farlo e aumentare il contributo che il lavoro può dare alla lotta alla povertà, un primo passo sarebbe stato cambiare le regole sul cumulo fra reddito di cittadinanza e redditi da lavoro di basso importo, tenere conto delle differenze nel costo della vita fra macrozone del paese nel determinare gli importi del RdC e aiutare i centri dell’impiego a mettere in atto politiche di attivazione dei beneficiari con personale adeguato invece di limitarsi a cambiare il nome dei navigator.
È in ogni caso un grave errore fare cassa in questo modo, per motivi politici e per pigrizia intellettuale, in un momento in cui il numero di poveri nel nostro Paese ha superato i 5 milioni. Ci sembra peraltro che questo sia l’unico taglio della spesa nella manovra: per il 2024 il capitolo reddito di cittadinanza del bilancio ha una dotazione pari a zero mentre viene istituto un nuovo fondo contro la povertà (non si sa con che criteri verrà amministrato) con una dotazione di un quarto inferiore, due miliardi in meno.