Nel Paese dei no alle pale eoliche per tutelare gli uccelli migratori, delle grandi opere "non nel mio giardino di casa", Nimby, dei silenzi delle soprintendenze che significano rigetto, arriva finalmente un sì. Un cambio di paradigma e di cultura, rilevante per almeno due ragioni. La prima è che riguarda lo sviluppo delle rinnovabili, da cui dipendono la sicurezza energetica dell'Italia e le sue prospettive di crescita nei prossimi decenni. La seconda che è viene da Fai, Wwf e Legambiente, tre pilastri di una galassia ambientalista che finora si è opposta allo sviluppo delle infrastrutture più innovative in nome di una legittima, ma spesso aprioristica, preservazione del territorio. Dietro al loro sì ai "paesaggi rinnovabili" c'è la consapevolezza che l'uomo ha sempre modificato l'ambiente in cui vive, e che la sola strada per rendere il cambiamento sostenibile, in un pianeta su cui vivono 8 miliardi…
Nel Paese dei no alle pale eoliche per tutelare gli uccelli migratori, delle grandi opere "non nel mio giardino di casa", Nimby, dei silenzi delle soprintendenze che significano rigetto, arriva finalmente un sì. Un cambio di paradigma e di cultura, rilevante per almeno due ragioni. La prima è che riguarda lo sviluppo delle rinnovabili, da cui dipendono la sicurezza energetica dell'Italia e le sue prospettive di crescita nei prossimi decenni. La seconda che è viene da Fai, Wwf e Legambiente, tre pilastri di una galassia ambientalista che finora si è opposta allo sviluppo delle infrastrutture più innovative in nome di una legittima, ma spesso aprioristica, preservazione del territorio. Dietro al loro sì ai "paesaggi rinnovabili" c'è la consapevolezza che l'uomo ha sempre modificato l'ambiente in cui vive, e che la sola strada per rendere il cambiamento sostenibile, in un pianeta su cui vivono 8 miliardi di esseri umani alla ricerca di benessere, non è bloccarlo, bensì governarlo nell'interesse collettivo.
È un sì di responsabilità, nell'accezione altissima che dava al termine Max Weber: un'etica che rifiuta i principi assoluti e si pone il problema della conseguenza delle proprie azioni sulle generazioni future. Parte dalla presa d'atto della doppia e per certi aspetti contraddittoria emergenza che stiamo vivendo: quella energetica, scatenata dalla guerra in Ucraina, richiede veloci correttivi con risorse e tecnologie già mature, a partire dal gas; quella climatico-ambientale, che minaccia la nostra esistenza e il nostro benessere nei prossimi decenni, ha bisogno di innovazione e sperimentazione. Ha bisogno, in altre parole, di un progetto di crescita sostenibile, un binomio che in tutto il mondo si fatica a tenere insieme, ma in Italia in particolare. Il nostro è piuttosto il Paese di una decrescita insostenibile: nuovi progetti verdi che restano in stallo, lasciandoci indietro nella transizione ecologica e nelle opportunità che crea, mentre il territorio e chi lo abita pagano decenni di sviluppo e cementificazioni incontrollati, senza piani regolatori ma ricchi di condoni, come la tragedia di Ischia è tornata a ricordarci.
Il rebus non è risolto, ci terrà impegnati per i prossimi decenni. La transizione, meglio non illudersi, passa attraverso scelte dolorose e impopolari, che impatteranno sui cittadini e su intere comunità, sui lavoratori e sulle aziende, generando costi sociali da ammortizzare. Ma l'apertura del mondo ambientalista aggiunge un interlocutore in più al dibattito di chi prova a conciliare principi e pragmatismo, senza tradire gli uni o l'altro: già partecipano un'Europa che nelle rinnovabili ha indicato il futuro prossimo, investendoci in maniera massiccia, imprese pronte a scommettere in innovazione tecnologica, i giovani che ogni venerdì ricordano quanto sia urgente agire, governi e amministratori capaci di ragionare non nel tempo breve dei cicli elettorali, ma in quello più lungo delle generazioni.
Tocca ora alla politica italiana dare a queste istanze un indirizzo comune, anche se i cacofonici segnali che arrivano dal nuovo governo non sono rassicuranti. Meloni e la sua squadra promettono di non disturbare le imprese, ma le aziende più virtuose vanno incentivate, mentre quelle più renitenti alla transizione spinte, più o meno gentilmente, a sacrificare parte degli utili per investire su nuovi modelli di crescita. Ai ritardi sul Pnrr, che prevede diversi interventi a tutela del territorio, si aggiunge il silenzio assoluto sul nuovo capitolo dedicato all'energia, RepowerEu. Esaurita l'onda emotiva per Ischia, gli appelli del senatore a vita Renzo Piano a ricucire il territorio tornano a cadere nel vuoto, mentre il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi invita le Soprintendenze a bloccare tutti i progetti eolici e fotovoltaici bloccabili, per difendere il paesaggio. Nel suo programma elettorale il centrodestra assicurava un vago impegno ad una "transizione energetica sostenibile" e la premier in pectore Giorgia Meloni rivendicava "a differenza della sinistra" un approccio "coerente, libero e innovativo". Dopo il sì del mondo ambientalista ai paesaggi rinnovabili diventa ancora più urgente dare un senso a quelle parole: è una questione di responsabilità.