Migranti, la crisi del dogma
di Luigi Manconi , di Luigi ManconiQuesto malaugurato "stato influenzale" di Giorgia Meloni proprio non ci voleva. Innanzitutto, perché ci stanno molto a cuore le condizioni di salute della nostra presidente del Consiglio, con tutto ciò che ha da fare, e poi perché l'assenza dal vertice, in corso ad Alicante, dei nove Paesi mediterranei rappresenta un ulteriore ostacolo nella definizione della politica italiana per l'immigrazione.
Appena poche ore prima, un'altra brutta notizia. La Francia ha ribadito la distanza della propria posizione da quella italiana e ha negato che fosse previsto un bilaterale tra i due Paesi. Dunque, la frattura tra il governo di destra e l'Eliseo e la gran parte dei Paesi europei sembra acutizzarsi. Il che non solo smentisce i messaggi rassicuranti inviati nelle scorse settimane dalla presidente del Consiglio e dal ministro dell'Interno, ma finisce con l'enfatizzare l'insipienza strategica dell'esecutivo sul nodo cruciale dei fluss…
Questo malaugurato "stato influenzale" di Giorgia Meloni proprio non ci voleva. Innanzitutto, perché ci stanno molto a cuore le condizioni di salute della nostra presidente del Consiglio, con tutto ciò che ha da fare, e poi perché l'assenza dal vertice, in corso ad Alicante, dei nove Paesi mediterranei rappresenta un ulteriore ostacolo nella definizione della politica italiana per l'immigrazione.
Appena poche ore prima, un'altra brutta notizia. La Francia ha ribadito la distanza della propria posizione da quella italiana e ha negato che fosse previsto un bilaterale tra i due Paesi. Dunque, la frattura tra il governo di destra e l'Eliseo e la gran parte dei Paesi europei sembra acutizzarsi. Il che non solo smentisce i messaggi rassicuranti inviati nelle scorse settimane dalla presidente del Consiglio e dal ministro dell'Interno, ma finisce con l'enfatizzare l'insipienza strategica dell'esecutivo sul nodo cruciale dei flussi migratori che interessano l'Italia.
Tanto più preoccupante una simile carenza di prospettiva e di programma perché preceduta da una serie di parole e fatti che hanno lasciato un segno pesante. Una nevrotica incontinenza declamatoria che, nei primi giorni, ha portato la presidenza del Consiglio e il Viminale "per ragioni identitarie" - come si ripete con stucchevole pigrizia - ad assumere una postura e un lessico salviniani, con esiti appena un po' meno tragicamente salviniani.
Al punto che, a conferma dell'incertezza cognitiva in cui sembra trovarsi il governo, anche la politica verso le Ong risulta ondivaga. Il linguaggio, ahinoi, è sempre quello, intimidatorio e tonitruante, ma nell'arco di una giornata sono stati assegnati porti sicuri a tre imbarcazioni di Ong, la Louise Michel, la Geo Barents e la Humanity 1. Si sono evitati così una sceneggiata grottesca ("battono bandiera tedesca? Vadano a sbarcare nel porto di Amburgo") e un conflitto, probabilmente ancora più aspro, con la Germania.
Di conseguenza, anche il discorso fatto da Giorgia Meloni, nel corso dei Dialoghi sul Mediterraneo di Roma, rischia di risultare mera retorica. Quando si chiede "più Europa" sul fronte mediterraneo e la "europeizzazione della gestione dei rimpatri", e non si è in grado di sviluppare una conseguente politica di relazioni bilaterali e comunitarie e di "cooperazione rafforzata" con i principali Paesi europei, le parole rischiano di suonare vuote; o, peggio, di essere piegate a un rituale auto-assolutorio: alle nostre buone intenzioni, l'Europa non risponde.
Le ragioni del silenzio europeo - che c'è, ed è colpevole - vanno rimosse innanzitutto dall'Italia, che deve rispettare diritto internazionale, convenzioni europee e leggi del mare. Cosa che non fa.
Questo giornale dà conto di un'importante direttiva del ministero dell'Interno e delle parole del prefetto di Trieste raccolte dal Il Piccolo: "Ci sono già state delle riammissioni, come ci saranno in futuro, perché si procederà con quella formula laddove ricorrono i presupposti previsti dall'accordo tra Italia e Slovenia".
Tale condotta, in termini di codice penale, configurerebbe una "recidiva". Infatti, già nel 2020, il precedente governo aveva disposto un analogo provvedimento. E, l'anno successivo, le "riammissioni" sono state oggetto di una ordinanza del Tribunale di Roma, che ha accolto il ricorso di un cittadino pachistano, respinto prima dall'Italia in Slovenia e da lì in Croazia e quindi in Bosnia.
Una simile pratica, non consentendo al migrante di presentare domanda d'asilo, ma rimandando l'obbligo a un altro Stato, viola oltre che il regolamento di Dublino, le norme internazionali, europee e nazionali, sul diritto di asilo e il divieto di respingimento, previsti dalla convenzione di Ginevra sui rifugiati, dalla Cedu e dalla nostra Costituzione.
È probabile che alla prima occasione una nuova ordinanza di tribunale dichiarerà illegittimo questo recente provvedimento del Viminale. Il quadro che emerge dall'insieme di questi fatti è sconfortante e segnala soprattutto l'assenza di una qualunque prospettiva che non sia di cortissimo respiro.
Il governo e la maggioranza non sembrano capaci di rinunciare a una gestualità e a una verbosità aggressive, perché, come usa dire, ciò risponderebbe "alle promesse fatte in campagna elettorale". Ma questo si scontra con una realtà ben altrimenti consistente e ruvida, fatta di limiti ineludibili e vincoli rocciosi, di impegni cogenti a livello sovranazionale e di esigenze economiche e sociali, e del sistema produttivo, che ridicolizzano il vetusto slogan "prima gli italiani".
In altre parole, la destra della Lega e di Fratelli d'Italia si trova costretta a ripensare dalle radici il paradigma, ritenuto fin qui solido, della "sostituzione etnica" e del "complotto mondialista", che palesemente non reggono più. Ma coloro che hanno sostenuto o blandito queste tesi faticano ad assumere, in un battibaleno, interpretazioni più realistiche.
Chi glielo dice a Salvini e a Piantedosi che la Coldiretti ha chiesto l'ingresso in Italia di "almeno centomila lavoratori migranti stagionali a partire dai primi mesi del 2023?".