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Iran-Italia, il filo dell'intolleranza clericale

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Mohsen Shekari, 23 anni, voleva vivere ma è stato impiccato. Massimiliano, 44 anni, desiderarava morire a casa sua ma è dovuto andare in Svizzera per il suicidio assistito. Due storie molto diverse, accomunate dalla negazione di un diritto
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Uno, 23 anni, voleva vivere. L'altro, 44 anni, voleva morire a casa sua dopo anni di inutili sofferenze. A nessuno dei due è stato consentito di realizzare il desiderio. Mohsen Shekari, 23 anni, è stato impiccato in Iran per aver bloccato il traffico durante una manifestazione e ferito con un coltello un paramilitare. Un'altra dozzina di giovani, alcuni minorenni, attendono la stessa sorte. L'accusa ufficiale formulata nei loro confronti è "inimicizia contro Dio".

Ogni forma di potere, anche la più mite, nasconde sempre il possibile virus dell'intolleranza. Quando si arriva a uccidere in nome di dio, si compie uno dei gesti più feroci e assurdi di cui gli esseri umani possano macchiarsi. Gli ayatollah al potere (per i musulmani sciiti sono gli interpreti del Profeta) si sentono minacciati e reagiscono spietatamente, sicuramente memori che, nel 1979, loro stessi cacciarono lo scià sull'onda di manifestazioni popol…

Uno, 23 anni, voleva vivere. L'altro, 44 anni, voleva morire a casa sua dopo anni di inutili sofferenze. A nessuno dei due è stato consentito di realizzare il desiderio. Mohsen Shekari, 23 anni, è stato impiccato in Iran per aver bloccato il traffico durante una manifestazione e ferito con un coltello un paramilitare. Un'altra dozzina di giovani, alcuni minorenni, attendono la stessa sorte. L'accusa ufficiale formulata nei loro confronti è "inimicizia contro Dio".

Ogni forma di potere, anche la più mite, nasconde sempre il possibile virus dell'intolleranza. Quando si arriva a uccidere in nome di dio, si compie uno dei gesti più feroci e assurdi di cui gli esseri umani possano macchiarsi. Gli ayatollah al potere (per i musulmani sciiti sono gli interpreti del Profeta) si sentono minacciati e reagiscono spietatamente, sicuramente memori che, nel 1979, loro stessi cacciarono lo scià sull'onda di manifestazioni popolari.

Dell'altro uomo, italiano, sappiamo solo che si chiamava Massimiliano, 44 anni, toscano. Malato di un male inesorabile e progressivo aveva chiesto di essere aiutato a suicidarsi. Voleva morire a casa sua, tra i suoi cari. Invece, con l'assistenza di due generose volontarie dell'associazione Luca Coscioni (Felicetta Maltese, Chiara Lalli) è dovuto andare in Svizzera per poterlo fare. Con sorridente, eroica, ironia aveva scritto "devo andar via per potermene andare via". L'ostinata negazione di un diritto da parte dei gruppi di pressione clericale gli ha impedito di organizzare la sua "partenza" dove e come avrebbe desiderato.

Non voglio favorire equivoci con un accostamento suggestivo ma estremo. È chiaro che da una parte c'è un'esecuzione politica, dall'altra solo un disagio penoso, soprattutto per un malato in quelle condizioni. Altrettanto chiaro che stiamo discutendo di un tema della massima delicatezza per cui né pregiudizi né un uso disinvolto delle ideologie sono consentiti.

Detto questo, il filo dell'intolleranza clericale sembra avvicinare gli opposti destini di questi due esseri umani. Ricordo, tra l'altro, che l'esistenza di Massimiliano si è chiusa pochi giorni dopo quella di un altro italiano, un ottantenne milanese malato di Parkinson, costretto anche lui a espatriare in Svizzera.

È lunga la lista di coloro che hanno voluto porre fine alla loro vita, costretti a volte a scelte tragiche. Comprende anche nomi illustri come Carlo Lizzani, Franco Lucentini, Mario Monicelli, Lucio Magri. Aiutare qualcuno (lucido e consapevole) a suicidarsi è tuttora un reato in Italia. L'articolo 580 del Codice penale detta: "Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni".

Nel 2017 il Parlamento (legge n. 219) aveva approvato disposizioni, comunemente chiamate sul consenso informato, con le quali si disponeva il diritto di ognuno a conoscere la propria condizione di salute, acconsentendo o rifiutando i trattamenti sanitari; il dovere del medico di alleviare la sofferenza del paziente evitando un inutile accanimento terapeutico; la liceità di rifiutare le cure avendo ognuno il diritto di esprimere le sue preferenze anche in previsione di eventi futuri. Per la prima volta, insomma, la legge disciplinava il consapevole consenso del paziente.

Era un passo avanti, si sarebbe dovuto continuare. Non è stato così. Nel novembre del 2019 è intervenuta la Corte costituzionale per depenalizzare in parte il suicidio assistito. Uno dei criteri che lo rendeva lecito era che il paziente, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, fosse tenuto in vita "a mezzo di trattamenti di sostegno vitale". È esattamente questo l'elemento che è mancato nel caso di Massimiliano.

Dopo la legge sul consenso informato il Parlamento non è più intervenuto sull'argomento bloccato da remore di tipo confessionale. Una parte del mondo cattolico considera la vita un "dono di Dio", dunque intoccabile. Considerate le capacità terapeutiche oggi esistenti si tratta nel concreto di una finzione. La vita viene manipolata ogni giorno. Un paziente può essere tenuto a cuore battente per un tempo quasi indeterminato anche se la consapevolezza di sé è ormai scomparsa.

Infatti, bisognerebbe per prima cosa intendersi su che cosa significhi vita nel caso di un essere umano, ovvero su quali funzioni si basi la definizione di "umano". Limitarsi a quelle alimentari e digestive non sembra francamente sufficiente.

Non credo che l'attuale Parlamento potrà dare una prova migliore del precedente. Meglio così, forse. Che la questione resti aperta è probabilmente preferibile a vederla chiusa in modo ambiguo o pasticciato come certamente avverrebbe con l'attuale maggioranza.

Si continuerà dunque, come da antica tradizione italiana, col criterio della doppia morale; un divieto ufficiale insieme a quotidiane manovre compiute discretamente, senza chiasso. Oppure chiasso, come quello che Marco Cappato e l'associazione Luca Coscioni s'adoperano a suscitare nella speranza che il Paese finalmente cresca e maturi.