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Il bivio istituzionale davanti a Meloni

La presidente del Consiglio deve scegliere tra collaborazione con l'Europa o vicinanza a modelli come Orbán
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Secondo un sondaggio Tecné-Dire realizzato nelle ultime ore, la fiducia nel governo di destra-centro è al 53,8 per cento, quindi stabile e in linea con la tendenza recente. Idem per le intenzioni di voto: 30,5 Fratelli d’Italia; 8,7 la Lega; 7,3 Forza Italia. Il distacco dai partiti d’opposizione resta imponente: il M5S sarebbe al 17,3, il Pd al 16,4. Calenda-Renzi 7,6. Sono dati non sorprendenti e corrispondono alla percezione diffusa: nel complesso la maggioranza è solida e la “leadership” di FdI non è stata incrinata. Le opposizioni devono quindi attrezzarsi per un lavoro di medio, anzi di lungo termine. Viceversa il destra-centro gode di un quadro più che favorevole, solcato peraltro da parecchi dubbi.


In primo luogo, non sembra che i sondaggi favorevoli dipendano dalla coerenza di un progetto i cui contorni restano in buona misura sconosciuti e inafferrabili. A parte alcuni frammenti (la flat tax, il contante, una c…

Secondo un sondaggio Tecné-Dire realizzato nelle ultime ore, la fiducia nel governo di destra-centro è al 53,8 per cento, quindi stabile e in linea con la tendenza recente. Idem per le intenzioni di voto: 30,5 Fratelli d’Italia; 8,7 la Lega; 7,3 Forza Italia. Il distacco dai partiti d’opposizione resta imponente: il M5S sarebbe al 17,3, il Pd al 16,4. Calenda-Renzi 7,6. Sono dati non sorprendenti e corrispondono alla percezione diffusa: nel complesso la maggioranza è solida e la “leadership” di FdI non è stata incrinata. Le opposizioni devono quindi attrezzarsi per un lavoro di medio, anzi di lungo termine. Viceversa il destra-centro gode di un quadro più che favorevole, solcato peraltro da parecchi dubbi.


In primo luogo, non sembra che i sondaggi favorevoli dipendano dalla coerenza di un progetto i cui contorni restano in buona misura sconosciuti e inafferrabili. A parte alcuni frammenti (la flat tax, il contante, una certa severità verso i migranti e i “rave party”, il reddito di cittadinanza ridimensionato, eccetera), il programma della destra è più che altro all’insegna del pragmatismo. C’è notevole fermezza sulla linea atlantica in politica estera, per cui le pulsioni filo-Putin di Salvini e Berlusconi sono state rinfoderate. Per il resto si avverte sui temi della giustizia la visione innovativa, in grado di aprire qualche varco a sinistra, anticipata dal ministro Nordio, ma sarà tutta da verificare in concreto. La tenuta della coalizione si spiega allora con l’incertezza della situazione generale. La guerra induce paura e chi governa, se non fa grossi errori, è più rassicurante di chi, stando all’opposizione, oggi appare smarrito.


In più c’è il fattore-novità, vale a dire l’operazione simpatia che Giorgia Meloni fin qui ha gestito con senso politico, ma che sarà non più ripetibile con il passare del tempo. Nei prossimi mesi la leader della destra dovrà riuscire ad apparire sempre più istituzionale e credibile all’estero - come ha inteso fare nelle prime settimane - senza tuttavia perdere i contatti con il suo elettorato tradizionale, ancora affezionato ai vecchi schemi: contro i poteri forti e le élite finanziarie, nazionalista, più Orbán che Macron. Qui gli interrogativi sono numerosi, in particolare sul tema più importante: il Pnrr. Che la divisione dei fondi vada in parte ripensata alla luce del conflitto in corso e dell’inflazione minacciosa, è evidente. Ma ciò richiede una particolare abilità nel trattare con l’Unione. Il vecchio rapporto con l’ungherese Orbán è ormai zavorra, mentre diventa cruciale destreggiarsi tra le logiche della Commissione, a sua volta specchio degli interessi di Germania e Francia.


La serata del 7 dicembre alla Scala è stata, sotto un certo profilo, la fotografia di una transizione in atto e non ancora completata: Mattarella al centro della scena, alla sua destra la presidente Von der Leyen, interlocutrice dell’Italia di assoluto riguardo in questo passaggio. All’altro lato del palco, il presidente del Senato La Russa e la premier Meloni. Quest’ultima ha lasciato di buon grado il campo al Capo dello Stato. Come dire che riconosce il suo ruolo nel processo politico in corso, specie nei riguardi dell’Unione. Lei ha vinto le elezioni, ma è lungi dall’essere pienamente accolta dall’establishment continentale. Aspira a esserlo, ma sa di dover superare vari ostacoli. Quindi non solo accetta, ma in qualche misura si sente rassicurata dall’attivismo di Mattarella. I critici dicono che così facendo si dispone a subire una tutela. Può darsi, ma oggi prevale un preciso interesse: non essere travolta dai ritardi del Pnrr e uscire senza danni dalla grana del fondo salva-Stati, il Mes. Se questi sono gli obiettivi, è senza dubbio controproducente adombrare responsabilità del precedente governo. Mantenersi in continuità con la linea di Draghi è la cosa migliore che la premier può fare quando negozia con l’Europa.