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Il danno all'Europa

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La reputazione dell'organismo internazionale è rovinata dallo scandalo
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Colpisce, in questa brutta pagina del Qatargate, la grande sproporzione tra i vantaggi davvero risibili che corrotti e corruttori sono riusciti a procurare al Qatar e al Marocco, da cui venivano pagati clandestinamente, e i danni enormi che il loro comportamento ha provocato all’immagine dell’Europa e della sinistra, da cui venivano pagati legalmente. Dopo i trenta denari di Giuda, si ricordano pochi tradimenti così sperequati tra danno inferto e beneficio procurato.
Nonostante le valigiate di euro spesi dall’Emirato, le risoluzioni critiche verso il Qatar sono passate ugualmente al Parlamento europeo. Nonostante la capillare rete di corruzione messa in piedi dai servizi marocchini, l’Europa continua a non riconoscere l’occupazione del Sahara occidentale da parte del Marocco. Certo, è possibile che Panzeri & Co siano riusciti a limare una frase qua e un aggettivo là, ad ammorbidire qualche sfumatura di linguaggio diplomatico a fav…

Colpisce, in questa brutta pagina del Qatargate, la grande sproporzione tra i vantaggi davvero risibili che corrotti e corruttori sono riusciti a procurare al Qatar e al Marocco, da cui venivano pagati clandestinamente, e i danni enormi che il loro comportamento ha provocato all’immagine dell’Europa e della sinistra, da cui venivano pagati legalmente. Dopo i trenta denari di Giuda, si ricordano pochi tradimenti così sperequati tra danno inferto e beneficio procurato.
Nonostante le valigiate di euro spesi dall’Emirato, le risoluzioni critiche verso il Qatar sono passate ugualmente al Parlamento europeo. Nonostante la capillare rete di corruzione messa in piedi dai servizi marocchini, l’Europa continua a non riconoscere l’occupazione del Sahara occidentale da parte del Marocco. Certo, è possibile che Panzeri & Co siano riusciti a limare una frase qua e un aggettivo là, ad ammorbidire qualche sfumatura di linguaggio diplomatico a favore dei loro mandanti. Se ciò valga tutti i soldi spesi, è una valutazione che spetta ai corruttori. Di certo, non ha modificato la sostanza politica delle posizioni europee. E questa è l’unica considerazione che, forse, può salvare l’anima delle istituzioni di Bruxelles. La corruzione c’è stata, ed è gravissimo. Ma non ha pagato, e questo è confortante. Sempre che dall’inchiesta non emergano fatti nuovi che coinvolgano altre e più importanti personalità, o altri e più delicati dossier.
In ogni caso il danno reputazionale che lo scandalo ha arrecato all’Europa è devastante. Lo dimostra quanto gongolano i nemici della Ue, a cominciare dall’ungherese Orbán, che i soldi li prende da Putin e che riesce davvero a bloccare le politiche europee, ma non è chiamato a renderne conto. Al confronto con il Qatargate, l’ultimo scandalo europeo che portò alle dimissione dell’intera Commissione nel 1999, fa quasi tenerezza. Allora il problema era la commissaria francese Édith Cresson che aveva nominato come esperto scientifico il proprio dentista. La Cresson rifiutò di dimettersi e allora tutta la Commissione, che non aveva colpe, fu costretta a rimettere il proprio mandato.


Che dovrebbe fare ora la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, dopo che la sua istituzione non è riuscita a individuare e denunciare una vasta rete di corruzione diffusa al proprio interno? L’unica reazione del Parlamento, finora, è stata di rafforzare le norme sulla regolazione delle lobby e impedire l’accesso agli amici del Qatar. Ma nessuna di queste misure avrebbe neppure infastidito la banda dei corrotti, che infatti tenevano ben nascosti i loro interessi illegali. Solo la collaborazione tra i servizi segreti di diversi Paesi ha permesso di far luce sullo scandalo.


Una delle prime verità che emergono da questa vicenda è che non può esistere sovranità senza intelligence. E che la pretesa europea di avere una politica estera, e perfino una politica di difesa, senza neppure pensare di dotarsi di una propria intelligence che sorvegli i nemici interni ed esterni, misura tutta la sproporzione tra le ambizioni di Bruxelles e la realtà della sua impotenza.
Anche la sinistra, a cui aderiscono con varie osservanze tutti i protagonisti dello scandalo, ne esce male. Perché la sinistra europea è stata presa di mira da governi stranieri, che certo di sinistra non sono, proprio per il suo ruolo di guardiana e di custode dei valori etici e politici che quei governi volevano aggirare. Che l’operazione sia riuscita solo in modo molto parziale è una magra consolazione. La lezione è che, per chi si dice di sinistra, l’intransigenza è un dovere non sul piano politico ma su quello morale. Anche senza le mazzette nascoste sotto il materasso, le vacanze con i biglietti pagata da Qatar Airways o i week-end spesati nei grandi alberghi di Marrakech non sono peccati veniali. Sono gesti che tradiscono il mandato politico che si pretende di interpretare. In un momento in cui la sinistra italiana si interroga sul proprio futuro e sul proprio malessere, quei tradimenti danno più risposte dei tanti documenti programmatici in circolazione.
Ma questo scandalo dovrebbe indurci anche ad un’altra riflessione, meno pessimista, sulla portata del soft power europeo. In politica estera il Parlamento di Strasburgo praticamente non ha alcun potere. Quel poco di potere di cui l’Europa dispone è nelle mani della Commissione e, soprattutto, degli Stati membri. Una risoluzione parlamentare, per definizione non vincolante, sui mondiali in Qatar o sul Sahara occidentale difficilmente merita una notiziola sulle pagine dei nostri giornali. E allora perché darsi tanto da fare per condizionare, anche solo in minima parte, il linguaggio politico di Bruxelles? Forse perché quel linguaggio, non sostenuto da un potere militare o politico forte, è diventato agli occhi di un mondo globalizzato la voce più attendibile della democrazia, la sintassi della sua libera coscienza collettiva. È una forza che l’Europa non sempre sa di avere. Ma lo sanno molto bene coloro che quella voce temono. E anche chi, tradendo, si fa corrompere per metterla a tacere.