Sono passati due anni e mezzo da quando Donald Trump firmò un ordine esecutivo per bandire TikTok. Il decreto presidenziale fu poi bloccato da un giudice e lo scontro tra Washington e Pechino si spostò su altri terreni, soprattutto il blocco americano contro Huawei o il conglomerato per le telecomunicazioni Zte, e, più recentemente, per impedire alla Cina di acquistare o produrre chip di fascia alta.
Ma ora la questione TikTok è tornata prepotentemente in primo piano dopo che il Senato degli Stati Uniti ha votato, con una inconsueta e perciò significativa unità bipartisan, il "No TikTok on Government Device Act", una legge che vieta lo strumento di cond…
Sono passati due anni e mezzo da quando Donald Trump firmò un ordine esecutivo per bandire TikTok. Il decreto presidenziale fu poi bloccato da un giudice e lo scontro tra Washington e Pechino si spostò su altri terreni, soprattutto il blocco americano contro Huawei o il conglomerato per le telecomunicazioni Zte, e, più recentemente, per impedire alla Cina di acquistare o produrre chip di fascia alta.
Ma ora la questione TikTok è tornata prepotentemente in primo piano dopo che il Senato degli Stati Uniti ha votato, con una inconsueta e perciò significativa unità bipartisan, il "No TikTok on Government Device Act", una legge che vieta lo strumento di condivisione dei video, di proprietà della società cinese ByteDance, sugli smartphone dei dipendenti pubblici. Ci si potrebbe chiedere quale sia la pericolosità per la sicurezza di uno Stato di video che mostrano le esibizioni danzanti di ragazzi e ragazze. Ma il direttore del Fbi Chris Wray ha avvertito, prima ancora del voto del Senato, che TikTok è "un potenziale strumento per operazioni di influenza internazionale" perché l'algoritmo "può essere usato per manipolare i contenuti destinati agli americani".
Così TikTok può diventare uno dei tanti veicoli sui quali la Cina trasporta il suo sharp power (il potere di incisione), definizione coniata dal politilogo americano Larry Diamond e che descrive una via di mezzo tra il soft power (la persuasione attraverso la proposizione di modelli di vita) e l'hard power (la forza militare). Sharp, spiega Diamond, perché affilato come un coltello destinato a incidere sulle opinioni pubbliche attraverso l'uso spregiudicato di fake news e attacchi cibernetici. A differenza della Russia, che ancora prima della guerra in Ucraina ha dimostrato di voler riconquistare la sfera di influenza che fu dell'Urss con il massiccio ricorso a strumenti militari in Medio Oriente e in Africa, la Cina punta ad acquisire il ruolo di superpotenza mondiale, scalzando la stessa Russia e rivaleggiando con gli Stati Uniti, attraverso lo strumento economico.
Pechino spende un cifra che si aggira sui 40 miliardi di dollari l'anno per aiuti all'estero. La Belt and Road Initiative, la nuova Via della seta, vale dieci volte il Piano Marshall, che servì a ricostruire l'Europa dopo le devastazioni della seconda Guerra Mondiale. Con un fondo di oltre 10 miliardi di dollari destinato alla propaganda, la Cina ha creato 525 Confucius Institute, istituti di cultura gestiti in grande misura dai servizi di spionaggio estero, e ha aperto ben 180 uffici di corrispondenza dell'agenzia di stampa ufficiale in cinque continenti. E ora il suo sharp power punta sulla tecnologie di ultima generazione e sull'intelligenza artificiale, un campo nel quale la Cina vuole conquistare il primato mondiale entro il 2030.
Per questo Biden ha deciso di lanciare una guerra economica senza quartiere per bloccare l'ascesa della Cina. Come ha scritto il Financial Times in una recente analisi, la mossa di Biden di vietare la vendita di "ogni tipo di chip di fascia alta prodotto con componenti americane" (quindi anche quelli prodotti a Taiwan o nella Corea del Sud) si basa sulla premessa del possibile uso per scopi militari da parte della Cina, armi nucleari e missili ipersonici compresi. Ma mira anche a bloccare l'obiettivo cinese di un primato nell'intelligenza artificiale e, in generale, di creare un'economia moderna estremamente competitiva a livello globale.
Il vertice tra Biden e Xi Jinping, ai margini del G20 di Bali a metà novembre, sembrava aver segnato un armistizio anche con l'impegno di ridurre la reciproca diffidenza attraverso incontri periodici tra alti funzionari, a partire da una futura visita del segretario di Stato Antony Blinken a Pechino alla ricerca di quella managed strategic competition (una competizione gestita) che secondo un grande esperto di cose cinesi come Kevin Rudd, l'ex premier australiano, è l'unico modo per evitare "un catastrofico conflitto", non solo commerciale (per via di Taiwan).
Ma con il voto del Senato Usa su TikTok la tregua rischia di saltare. E la sfida tra Stati Uniti e Cina finisce così anche sui nostri telefonini. Perciò sarebbe opportuno, come ha detto ieri l'ex sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova in un'intervista a Repubblica, che le istituzioni di Bruxelles puntassero i loro fari su un problema che investe l'Europa perché le questioni tecnologiche e dell'intelligenza artificiale toccano il rispetto della privacy, la sicurezza dei nostri Paesi e anche i diritti umani (il Covid ha mostrato come il governo cinese abbia perfezionato un sistema di tracciamento dei suoi cittadini, una sorta di Grande Fratello tecnologico). Per ripetere il monito del direttore del Fbi, TikTok può essere usato per "operazioni di influenza internazionale". E proprio in questi giorni l'Europa sta sperimentando sulla propria pelle che cosa vuol dire essere tardivi nel contrastare il traffico di influenze.