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L'onore di Lady Oscar

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Cristina D'Avena canta alla festa di Fratelli d'Italia la sigla del cartone animato: una storia dove tutti i protagonisti rinunciano all'amore
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Cristina D’Avena chiude la festa di Fratelli D’Italia cantando la sigla del cartone animato Lady Oscar. La sua versione, Una spada per Lady Oscar, che non ha alcuna ambiguità di genere (ambiguità invece dichiarata nella prima sigla italiana cantata da I Cavalieri del Re: “ll buon padre voleva un maschietto ma ahime’ sei nata tu”). Ma non eccepisco né sulla partecipazione né sul canto ma sul messaggio sì. Lady Oscar non è, come ha dichiarato la cantante, il simbolo dell’amore universale, anzi. Cristina D’Avena a questo scopo avrebbe potuto cantare Vola mio Minipony (“Più leggero che mai là dove tu vorrai”) o anche Pollon (“Eros... comanda lui l’amore/ e lo fa con frecce d’oro con cui poi lui centra i cuori/ ed i cuori di costoro troveranno grandi amori”), canzoni di amore universale, senza distinzione di sesso, genere, specie e classe sociale. Non Lady O…

Cristina D’Avena chiude la festa di Fratelli D’Italia cantando la sigla del cartone animato Lady Oscar. La sua versione, Una spada per Lady Oscar, che non ha alcuna ambiguità di genere (ambiguità invece dichiarata nella prima sigla italiana cantata da I Cavalieri del Re: “ll buon padre voleva un maschietto ma ahime’ sei nata tu”). Ma non eccepisco né sulla partecipazione né sul canto ma sul messaggio sì. Lady Oscar non è, come ha dichiarato la cantante, il simbolo dell’amore universale, anzi. Cristina D’Avena a questo scopo avrebbe potuto cantare Vola mio Minipony (“Più leggero che mai là dove tu vorrai”) o anche Pollon (“Eros... comanda lui l’amore/ e lo fa con frecce d’oro con cui poi lui centra i cuori/ ed i cuori di costoro troveranno grandi amori”), canzoni di amore universale, senza distinzione di sesso, genere, specie e classe sociale. Non Lady Oscar.


Oscar Françoise de Jarjayes viene educata come un uomo, meglio un soldato, meglio ancora un ufficiale. Tira di spada, indossa i pantaloni. A soli quindici anni, nel 1770, è comandante della Guardia Reale. Portamento eretto, allure bionda, uniforme bianca. Il suo attendente è André Grandier, nipote della governante di casa, amico fidato e sua ombra, portamento eretto e allure bruna, come a un’ombra si addice. Per Oscar, André è un privilegio dovuto alla classe sociale. Per André, Oscar è l’amore della vita. In realtà, a quindici anni dal giuramento del generale Jarjayes – avere un figlio maschio al quale passare carica, poteri e possedimenti, – tutti i personaggi di questa storia – e più di tutti, l’altra protagonista, Maria Antonietta Giuseppa Giovanna di Asburgo Lorena – hanno giurato qualcosa a qualcuno. E in base a quel giuramento agiscono.


La forza di gravità di questa aristocrazia è la parola data, ed è dunque già quella aristocrazia dell’anima che appartiene pure ad André che è uomo del popolo. La natura di questi personaggi è la loro cultura. Il mondo nel quale si trovano a vivere è strutturato in convenzioni e divieti tanto che nessuno di loro ha davvero possibilità di scelta. Qualsiasi altro essere umano, nella medesima convenzione, avrebbe agito alla stessa maniera. Un universo deterministico, gli uomini indossano i pantaloni, vanno a cavallo, hanno amanti della loro medesima classe sociale o di altre classi sociali, le donne indossano le gonne, vanno a cavallo, hanno amanti della loro medesima classe sociale o di altre classi sociali, i matrimoni sono un’altra faccenda. Così, per esempio, André non può sposare Oscar. Ma non è un’impossibilità, non gli viene proprio in mente.


I disegni riverberano questo determinismo con la geometria e con le proporzioni. I volti sono simmetrici, l’altezza dei personaggi rispecchia la loro statura morale o il loro sesso (Oscar è più alta di tutte le donne, ma sostanzialmente più bassa degli uomini, è però più alta del cardinale dell’affare della collana…). In questo mondo dove le sorprese sono solo le indecisioni nell’attribuzione di uno sguardo durante una festa in maschera, Ryoko Ikeda introduce una perturbazione. Se sia le donne che gli uomini possono avere amanti, una donna vestita da uomo, che percepisce se stessa come un uomo, meglio come un soldato, meglio ancora come un ufficiale della Guardia Reale, addetto alla protezione di sua maestà la regina di Francia e che dunque non risponde né agli sguardi delle dame che cercano di concupirla, anzi sottolinea “essere una lesbica, al solo pensiero mi viene il prurito” (vol. 7 del fumetto), né darà seguito ai propri sentimenti per il conte Fersen, – potrà mai avere un amante? Tutti gli esseri umani sopportano in solitudine una passione bruciante, consumati dal loro stesso amore? (vol. 8) La risposta di Oscar è Sì. Anzi, forse, sì signore. In Lady Oscar tutti rinunciano all’amore felice. O perché non lo vedono, o perché è troppo tardi, o perché è troppo e basta. Che c’entra Lady Oscar con l’amore universale? Niente. C’entra con l’onore che è una delle parole che abbiamo lasciato alla destra.