Alla morra, alla fine, fra soldi e politica hanno vinto i soldi. Carta forbice sasso. Non era difficile da prevedere, anzi: tutto portava qui, da decenni. Molto era già detto, scritto, accaduto. La politica come difesa dei propri interessi. Per cos’altro Silvio Berlusconi è “sceso in campo”, nel ’94? Il terreno era già pronto, del resto. Gli anni Ottanta l’avevano arato. Fare soldi, proteggere le proprie imprese – lecite, illecite - distribuire denari e posti di potere, candidature e presidenze, in cambio di favori.
A monte del Qatargate c’è un panorama desolante, ed è questo. A fare un passo indietro la foto è nitida: fare politica è diventato un training per diventare affaristi. E come se fosse il primo tempo della vera partita: intanto mi esercito come parlamentare, ministro, primo ministro. Costruisco un’agenda, una rete di relazioni, conosco segreti che sono l’oro nero del pot…
Alla morra, alla fine, fra soldi e politica hanno vinto i soldi. Carta forbice sasso. Non era difficile da prevedere, anzi: tutto portava qui, da decenni. Molto era già detto, scritto, accaduto. La politica come difesa dei propri interessi. Per cos’altro Silvio Berlusconi è “sceso in campo”, nel ’94? Il terreno era già pronto, del resto. Gli anni Ottanta l’avevano arato. Fare soldi, proteggere le proprie imprese – lecite, illecite - distribuire denari e posti di potere, candidature e presidenze, in cambio di favori.
A monte del Qatargate c’è un panorama desolante, ed è questo. A fare un passo indietro la foto è nitida: fare politica è diventato un training per diventare affaristi. E come se fosse il primo tempo della vera partita: intanto mi esercito come parlamentare, ministro, primo ministro. Costruisco un’agenda, una rete di relazioni, conosco segreti che sono l’oro nero del potere e del ricatto. So, e voi sapete che so. Dopo, quando lascio, metto a frutto: mi rendo disponibile sul mercato al miglior offerente, sia una banca una multinazionale un governo straniero. Capitalizzo: io, per me.
E’ così che va il mondo, del resto, è l’economia che muove ogni cosa: il profitto, gli affari. L’illusione che la politica sia un freno, un calmiere, un ammortizzatore degli interessi di pochi in favore del bene di tutti è tramontata il secolo scorso. Ve li immaginate De Gasperi, Berlinguer che, terminato il compito politico, entrano nel cda di un colosso del gas, diventano consulenti di una fabbrica di armi o di una banca d’affari? E invece l’ex cancelliere Schroeder, e invece l’ex presidente Barroso. Invece decine di ex primi ministri, ministri e alti esponenti dei governi nazionali del mondo intero son lì, oggi, a curare interessi mercantili. Consulenze, conferenze, collaborazioni con privati con aziende e con Stati: lo fanno D’Alema e Renzi, è del tutto legittimo. Liberissimi. Però certo: quando si evoca la questione morale sollevata da Enrico Berlinguer nel 1981 bisogna declinarla, oggi, al presente: coi canoni di un tempo diverso da quello. E’ accettabile che un capo di governo che è stato, tra le molte altre sue attività, destinatario dei report dei servizi segreti si metta poi a disposizione di governi stranieri, forte della conoscenza di quei segreti? E’ condivisibile che un ministro della Difesa, cessato il mandato, entri a far parte del consiglio di una società che produce armi o, se era ministro delle Infrastrutture, di una compagnia di costruzioni? Che un parlamentare di lungo corso si renda disponibile per “contattare” i suoi ex colleghi e convincerli dell’opportunità di mettersi al servizio dei suoi nuovi datori di lavoro? Questo fanno, con evidenza. Certo ancora oggi esistono eccezioni. Generalizzare è un errore: ci sono moltitudini di persone animate dalle migliori intenzioni che continuano a lavorare per ciò che ritengono giusto, anche a costo di pagare di persona, e non per quello che conviene al loro portafogli. E non è nemmeno vero, ovviamente, che tutti gli ex europarlamentari che restano a Bruxelles come funzionari di questa o quella associazione, fondazione, Ong siano lì per curare il loro interesse: ce ne sono di virtuosi, convinti a proseguire il loro compito con altri mezzi, anzi spesso a risarcire le malefatte della politica: ne conosco. Ma se dovessi dire qual è lo spettacolo che abbiamo di fronte, ora che si scoperchia il Qatargate, è questo: i soldi hanno vinto, hanno convinto. Ed è triste, a margine, che non sia (quasi) mai un’inchiesta giornalistica a rivelare l’andazzo, che siano sempre le carte dei tribunali a dettare l’agenda di chi dovrebbe sorvegliare: siamo cresciuti alla scuola del Watergate e siamo finiti a sottolineare veline dei commissariati. Anche questa è una conseguenza del sistema di distribuzione del potere, che ti arruola o ti elimina.
E’ chiaro che alla Sinistra politica – protagonista indiscussa, finora, dello scandalo europeo – l’evidenza della sua collusione, corruzione nuoce più che alla destra. Perché, detto semplicemente, dalla destra ti aspetti una contiguità con il mondo degli affari: è per sua natura portatrice degli interessi padronali. La sinistra dovrebbe, all’opposto, tutelare i più deboli. Non lo fa da molto tempo. La crisi della sinistra italiana ha origine qui: la sua principale preoccupazione è conservare il potere. Di corrente, di municipio, di condominio. Il danno di reputazione è colossale, l’entusiasmo della nuova destra nazionale incontenibile: eccoli, guardateli. Ecco i moralisti con la mano al loro portafogli. Ci vorranno anni a risarcire lo sfregio che si vedeva, era lì, non si è voluto evitare. Bisognerà giocare in rimessa, difendersi, dimostrare che no. L’opinione pubblica è volatile, permeabile agli slogan. La realtà aiuta moltissimo la sua becera rappresentazione. Va anche detto, con onestà, che molto si sarebbe potuto fare prima e non si è fatto. Ricordo quando Fabrizio Barca fece un censimento del Pd romano, nel molto piccolo: il suo monumentale lavoro fu accantonato, lui grosso modo congedato. Sono stati messi alla porta sistematicamente tutti coloro che hanno provato a dire: è una fabbrica di interessi, questa. Non siamo noi, non siamo più noi. Alla fine quel “noi” è rimasto una minoranza disillusa: noi anime belle, poveri ingenui, noi che non facciamo i conti con la realtà, idealisti. Hanno vinto loro, la realpolitik declinata in proprio: ora vediamo quale sarà il trofeo.