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L'energia che serve all'Europa

Così la guerra in Ucraina ha mostrato l'importanza dell'autonomia della Ue

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Dopo otto ondate di attacchi missilistici contro l'Ucraina, tutte le centrali termiche e idroelettriche hanno riportato seri danni, molte di esse non sono nelle condizioni di poter produrre energia ed oltre il 40% delle strutture di rete ad alta tensione è danneggiato in misura importante. La situazione è così grave che il governo ucraino ha incaricato il ministero dell'Energia di determinare le priorità per la fornitura di energia elettrica.

Infrastrutture critiche e ospedali sono in cima alle priorità indicate dal governo Zelensky, la seconda è rappresentata dalle imprese e dalle strutture del complesso militare-industriale, la terza dalle aziende che producono beni e prodotti di importanza strategica per il Paese e solo al quarto posto figura il settore abitativo.

Questo rende chiara la gravità della situazione determinatasi a seguito dei gravi attacchi al sistema energetico del Paese, riconosciuti, ammessi e giustificati qualche giorno fa da Vladimir Putin. A pagare il costo diretto di quest'ennesima strategia di attacchi indiscriminati è, dunque, la popolazione che sarà costretta a fronteggiare l'inverno senza le condizioni minime di necessità.

Il conflitto ha disvelato la strategia russa di rendere le forniture d'energia un'arma da usare contro l'Ucraina e contro l'Europa, stesso approccio visto non più di un anno fa con i migranti utilizzati come arma di pressione sui confini dell'Unione.

La presa di coscienza generale della energy weaponization ha contribuito alla decisione dei ministri dell'Energia dell'Ue, che hanno raggiunto un accordo politico sulla regolamentazione del mercato del gas, sebbene tale meccanismo sarà operativo a partire dal 15 febbraio 2023. Forte è stato anche l'impulso al processo di transizione energetica in diversi Stati europei che ha permesso di affrontare coralmente l'esigenza di trovare alternative valide al gas russo.

Quella dell'autonomia energetica, anche attraverso l'approvvigionamento da fonti rinnovabili, non è una tendenza green del momento ma rappresenta una priorità strategica per il nostro Paese e per l'intera Unione.

In questa direzione si inscrive la decisione della Commissione europea di finanziare la realizzazione di un elettrodotto tra Italia e Tunisia inserito nella lista dei Progetti di Interesse Comune. Si tratta di un ponte di collegamento sottomarino che costituirà un nuovo corridoio energetico tra Africa ed Europa, favorendo la sicurezza dell'approvvigionamento energetico e l'incremento di produzione di energia da fonti rinnovabili.

Uno degli effetti collaterali del conflitto ucraino è stato quello di forzare Bruxelles a focalizzare l'attenzione verso il Mediterraneo e l'Africa. Un'area che si avvia a raddoppiare la propria popolazione passando dagli attuali 1,25 miliardi a 2,5 miliardi nel 2050 e a 4,5 miliardi nel 2100. Una regione che lega profondamente il proprio futuro al futuro dell'Europa.

Per questo motivo è fondamentale che l'Europa si impegni con progettualità di lungo termine a creare condizioni di stabilità e prosperità condivisa. Solo attraverso un serio piano di sviluppo potremo sostenere le popolazioni nel fronteggiare le sfide e le minacce rappresentate dal cambiamento climatico, dalla povertà e dal terrorismo che, specialmente, nella regione del Sahel spingono le popolazioni ad abbandonare i territori d'origine in cerca delle condizioni minime per la sopravvivenza, generando quel fenomeno migratorio, troppo spesso sfruttato da trafficanti di esseri umani, di cui gli sbarchi in Italia sono solo la parte terminale e più nota agli europei.

A queste sfide, che già oggi si presentano come fenomeni epocali, si somma una penetrazione finanziaria, infrastrutturale e tecnologica cinese che nel giro di pochi decenni ha fatto dell'Africa la prima regione per destinazione degli investimenti della nuova potenza globale.

In particolare, la "via della seta digitale" sta diventando sempre più centrale nell'ampliare la sfera d'influenza cinese sul continente africano con progetti in gran parte gov to gov che ufficialmente non impediscono la partecipazione delle imprese locali ma, di fatto, avvantaggiano le sole aziende cinesi, deprivando le popolazioni della possibilità di crescita e sviluppo.

Anche per evitare ciò, è importante che l'Italia sia in prima linea per promuovere e sostenere un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Ue e nazioni africane. Un approccio che non può e non deve sottrarre ricchezze ma, nel rispetto dei reciproci interessi, deve sostenere le potenzialità di sviluppo, soprattutto per quanto riguarda le produzioni di energia da fonti rinnovabili.

Per storia e conformazione geografica l'Italia è un naturale ponte energetico tra la regione del Mediterraneo allargato e l'Europa, questo fa sì che il nostro Paese possa essere un hub energetico grazie alla molteplicità di rotte per gasdotti ed elettrodotti. Un fattore strategico perché agevola la diversificazione nell'approvvigionamento e ci consente di mitigare i rischi da dipendenza energetica.

Perseguire l'autonomia strategica dell'Unione è la via maestra per garantire alle nostre comunità di prosperare libere dai ricatti di attori che minano la sicurezza internazionale e i valori fondanti delle democrazie occidentali.

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