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Giorgia Meloni in tv e quei silenzi sull'evasione

Giorgia Meloni a "Porta e Porta" (agf)
La premier ha tralasciato di ricordare che la lesione più grande alla nostra sovranità è rappresentata dal furto gigantesco, quotidiano, perpetrato dai troppi italiani che non pagano le tasse. E ha sorvolato sul fatto che alcune delle misure adottate dal suo governo vanno nella direzione opposta a quella necessaria
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Fosse o no voluto, l'effetto c'è stato. La prima uscita della presidente Meloni in tv è risultata illuminante. Le domande felpate di Bruno Vespa più che un'intervista di tipo giornalistico, con le sue obiezioni, le asprezze, sono state l'equivalente di una seduta psicoanalitica: mettere il paziente a proprio agio e lasciarlo parlare. Mancava solo il lettino. Giorgia Meloni, certamente consapevole, è stata al gioco e s'è (in una certa misura) lasciata andare - svelandosi.

Abbiamo ascoltato una donna intelligente, determinata, sicura nel guscio della cultura nella quale è cresciuta con le sue "granitiche" certezze, i suoi evidenti limiti. Concretezza nei propositi, chiarezza sugli strumenti, cautela nelle frecciate polemiche per confermare un ruolo non più di partito ma istituzionale. Il suo stile espositivo, per chiamarlo così, si è dimostrato opposto a quello non di rado sfuggente, allusivo, …

Fosse o no voluto, l'effetto c'è stato. La prima uscita della presidente Meloni in tv è risultata illuminante. Le domande felpate di Bruno Vespa più che un'intervista di tipo giornalistico, con le sue obiezioni, le asprezze, sono state l'equivalente di una seduta psicoanalitica: mettere il paziente a proprio agio e lasciarlo parlare. Mancava solo il lettino. Giorgia Meloni, certamente consapevole, è stata al gioco e s'è (in una certa misura) lasciata andare - svelandosi.

Abbiamo ascoltato una donna intelligente, determinata, sicura nel guscio della cultura nella quale è cresciuta con le sue "granitiche" certezze, i suoi evidenti limiti. Concretezza nei propositi, chiarezza sugli strumenti, cautela nelle frecciate polemiche per confermare un ruolo non più di partito ma istituzionale. Il suo stile espositivo, per chiamarlo così, si è dimostrato opposto a quello non di rado sfuggente, allusivo, perifrastico, della sinistra.

Nessuna allegoria, nessun rimando ideologico, nessun lontano orizzonte. Concretezza, invece, i conti della madre di famiglia che bada al sodo e non si fa accalappiare da fumisterie inconcludenti.

Naturalmente anche questa esibita mancanza di ideologie finisce a sua volta per diventare un'ideologia. È la legge di ogni discorso pubblico alla quale nessuno può sfuggire. Giorgia Meloni s'è confermata una giovane donna di destra, figlia della cultura maschilista nella quale è cresciuta riuscendo, con tanto maggior merito, ad emergere fino a diventare, come ha lucidamente scritto Stefano Cappellini, più un "capo" che un leader politico.

Dietro la sua ostentata determinazione pareva di sentire echeggiare le celebri parole del controrivoluzionario conte Henri du Vergier, che durante le guerre di Vandea (1793) incitò i suoi uomini con il famoso slogan: "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi". Parole che vennero poi riprese pari pari da Mussolini, ma questo è un dettaglio.

Il vantaggio d'una esposizione senza contraddittorio è che consente di scansare gli aspetti sgradevoli, i difetti, le mancanze, le contraddizioni. La sola umana debolezza che la presidente Meloni si è lasciata sfuggire è stata la confessione di "aver paura di deludere". È comprensibile, è umano che sia così; chiunque avrebbe quel timore nella difficile situazione in cui il Paese si trova; quello spiraglio di sincerità s'è subito richiuso ed è stato un peccato, il quadro psicologico della protagonista si sarebbe arricchito con l'aggiunta di un qualche colore.

All'interno di quella scarna frasetta (accattivante proprio perché sincera) s'affacciavano comunque le inesperienze e le goffaggini di cui questo governo ha dato numerose prove, gli errori e le omissioni, una legge di bilancio imprudente e squilibrata, la difficoltà di tenere insieme le numerose promesse elargite in campagna elettorale e i vincoli che ora impediscono di mantenerle. In qualche caso la presidente ha considerato questi vincoli come altrettante lesioni della sovranità nazionale: quelli imposti dall'Europa, la dipendenza dagli Stati Uniti, per esempio.

Ha però tralasciato di ricordare che la lesione più grande alla nostra sovranità è rappresentata dal furto gigantesco, quotidiano, perpetrato dai troppi italiani che non pagano le tasse, dal mostruoso debito pubblico che opprime la nostra economia, due fenomeni in larga parte connessi. Quando la banca centrale europea smetterà di acquistare i nostri titoli di Stato "whatever it takes" (come disse un sant'uomo, secoli fa), sarà giocoforza alzare i tassi per piazzarli tra gli investitori stranieri; dipenderemo non più dall'Europa ma dai mercati che sono molto più duri, non fanno sconti né concedono dilazioni.

La presidente Meloni ha sorvolato sul fatto che alcune delle misure adottate dal suo governo vanno nella direzione opposta a quella che sarebbe necessaria. E dire che avrebbe in mano tutte le carte per applicare la sua ostentata determinazione al problema numero uno: ridurre davvero, in maniera consistente, una volta per tutte, un'evasione intollerabile. Ha davanti a sé il tempo d'una legislatura, una maggioranza docile, un'opposizione confusa, ai limiti dell'inesistenza.

Le impedisce di agire il suo elettorato di riferimento, sia la massa di piccoli evasori che si contano tra i commercianti e gli artigiani, sia il peso dei grandi evasori che le hanno dimostrato simpatia e fiducia. Per non tradire loro si può arrivare a tradire il Paese tutto intero a costo di far diventare l'ostentata determinazione del "capo" un gioco delle parti di consolidata furbizia.