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Il soldatino di Putin

Il ballerino Sergei Polunin
Il ballerino Sergei Polunin 

Il ballerino Sergei Polunin è da anni al centro di polemiche per le sue posizioni

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Andreste mai a vedere lo spettacolo in cui la guest star è un soldato di Putin? Ma anche no. Oppure sì, con un carico di pomodori e uova marce. Tremila cinquecento persone avevano comprato il biglietto per ammirare il divo del balletto Sergey Polunin, previsto a Milano a fine gennaio, ma le due date sono state cancellate ieri. Il direttore del teatro Arcimboldi ha deciso che era meglio così, “sommerso da una shitstorm" di mail, petizioni, appelli al sindaco Sala, e anche minacce. Poi, lo stesso teatro ospita l’Accademia Ucraina di danza, e a settembre ha messo sul palco le Pussy Riot. E il direttore Longoni crede “nella libertà di espressione e nell’apoliticità dell’arte”, e non avrebbe voluto “emarginare un ballerino, anche se stravagante, senza filtri e dagli atteggiamenti estremi come Polunin”. Un soldato di Putin, veramente, e non solo per il ritratto che si è fatto tatuare sul petto, ma anche per i finanziamenti alla guerra del suo idolo, per cui ha una ammirazione “indelebile”, come sono i tatuaggi.


Ma l’arte è politica. Bisogna riconoscere il coraggio di chi ha messo in pratica questa verità, ad esempio migliaia di intellettuali russi espatriati per sempre, o i molti artisti che si sono schierati pro Ucraina e quindi non potranno più esibirsi nelle Russie. Jacopo Tissi, prima étoile italiana del Bolshoi, a guerra appena scoppiata ha preso su il cane e ha lasciato Mosca e un bel pezzo di carriera. Quando mai potrà tornare a danzare là, dove probabilmente viene considerato un traditore, e sicuramente cittadino di un “Paese ostile” come è l’Italia? Mai.


Polunin invece a Mosca ci vive benissimo, pur essendo ucraino. Nato a Kherson, la città da poco liberata dall’occupazione russa, cresciuto a Kiev, decollato come artista al Royal Ballet di Londra, e solo grazie a una borsa di studio della Rudolf Nureyev Foundation. C’è una sua foto, in cui abbraccia un ritratto di Nureyev che lo ha “influenzato non tanto come danzatore ma come persona”, ha detto in un’intervista. Ma Nureyev aveva capito che l’arte è politica, nel momento esatto in cui aveva scelto la fuga dall’Unione Sovietica, era il 1961, e ci è tornato solo nel 1987, grazie a Gorbaciov che gli permetteva un’ultima visita alla madre morente. Voleva la libertà di esprimersi, cosa che evidentemente non aveva, sennò perché prendersi una condanna per tradimento, e rischiare la vita per anni, con gli agenti del Kgb che lo seguivano in giro per il mondo?
Nureyev darebbe un potente calcio nel sedere, al divo Polunin. Metaforicamente, glielo hanno già dato molte altre star del balletto internazionale, che via via si sono schierate contro l’aggressione all’Ucraina. Mikhail Baryshnikov (uno fuggito nel 1974), che ha detto “non capisco come alcuni possano fidarsi e seguire leader come Putin. I russi stessi hanno già sofferto nel corso della storia per la sottomissione a regimi brutali e oppressivi”. E Roberto Bolle, che ha detto che “è difficile invitare degli artisti russi che non si sono dissociati dal regime”. Sì, è molto difficile, figuriamoci poi se uno è propaganda vivente, con la faccia di Putin incisa sul petto. Ma per dirla tutta, anche prima della guerra, anche prima del tatuaggio, il Polunin era un tipo poco raccomandabile. In un post sguaiato aveva detto che “gli uomini devono essere veri uomini, lupi, leoni e capifamiglia che si devono occupare di tutto. Le donne? Ora cercano di ricoprire ruoli maschili perché voi non le scopate”, in un altro chiedeva di schiaffeggiare “i ciccioni”, e insomma già 4 anni fa l’Opera di Parigi lo aveva messo alla porta. E perché rimetterlo su un palco, lui e la sua enorme carica di talento, omofobia, aggressività, volgarità? Ma lasciamolo a Mosca con il suo amico Vladimir, nei secoli dei secoli.

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