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Governo: buoni propositi per l'anno nuovo

Giorgia Meloni 

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Inizio anno, tempo di buoni propositi. In realtà, piuttosto che i fioretti, al governo converrebbe pensare seriamente le priorità da affrontare nel 2023. Piaccia o meno, l’attuale esecutivo sembra destinato a durare abbastanza a lungo per non essere dedito solo alle emergenze.
I nodi fondamentali sui quali non ci sono scuse sono quelli che riguardano il nostro sistema economico che da ormai 30 anni è il più in crisi dell’Occidente. Ogni governo che si è succeduto o non aveva alcuna velleità riformatrice o, quando animato da qualche buona intenzione, si è concentrato — a volte con successo — solo su alcuni settori dell’economia italiana (il mercato del lavoro con il Jobs Act, ad esempio) o su alcune emergenze epocali (l’entrata nell’euro, la crisi del debito sovrano, la pandemia e il conseguente Pnrr).


Ebbene, un tema di grande impatto è il fisco. Non solo la pressione tributaria in Ital…

Inizio anno, tempo di buoni propositi. In realtà, piuttosto che i fioretti, al governo converrebbe pensare seriamente le priorità da affrontare nel 2023. Piaccia o meno, l’attuale esecutivo sembra destinato a durare abbastanza a lungo per non essere dedito solo alle emergenze.
I nodi fondamentali sui quali non ci sono scuse sono quelli che riguardano il nostro sistema economico che da ormai 30 anni è il più in crisi dell’Occidente. Ogni governo che si è succeduto o non aveva alcuna velleità riformatrice o, quando animato da qualche buona intenzione, si è concentrato — a volte con successo — solo su alcuni settori dell’economia italiana (il mercato del lavoro con il Jobs Act, ad esempio) o su alcune emergenze epocali (l’entrata nell’euro, la crisi del debito sovrano, la pandemia e il conseguente Pnrr).


Ebbene, un tema di grande impatto è il fisco. Non solo la pressione tributaria in Italia è molto gravosa (il 43,8% del Pil cui si aggiunge un altro 5,2% di entrate non tributarie per uno spaventoso totale del 49% del Pil) ma, visto l’elevato livello di evasione fiscale (pari secondo le ultime stime a 99 miliardi di euro), si concentra solo sulla fascia di popolazione in regola e di conseguenza insopportabilmente tartassata. Come se non bastasse, la normativa è farraginosa, difficilmente interpretabile da una giustizia tributaria che ha dimostrato la sua inadeguatezza (il 48% delle sentenze di secondo grado viene riformato in Cassazione, tanto vale tirare la monetina) causando incertezza, tempi lunghi per l’adempimento e costi. Infine, nelle varie leggi di bilancio non sembra esserci una logica coerente se non quella di concedere benefici a pioggia a categorie potenti o vicine alla maggioranza in carica o a settori che si ritiene possano tirare l’economia.
Nella scorsa legislatura, sotto la guida dell’allora presidente della commissione finanze della Camera, Marattin, si era arrivati ad un passo dall’approvazione di una legge delega per il riordino del fisco che cominciava a mettere un po’ di ordine prescrivendo l’adozione di testi unici legislativi, agendo su Irpef, Irap, armonizzazione della tassazione sul risparmio, riavvicinamento tra bilancio civilistico e fiscale. Purtroppo, la caduta del governo Draghi ha impedito il passaggio del provvedimento, anche se si potrebbe partire da lì.


Tuttavia, per essere incisiva la riforma del fisco dovrebbe poggiare su tre capisaldi: neutralità, semplificazione, garanzia per il contribuente. Neutralità significa che la tassazione non deve spingere ad intraprendere una determinata attività economica a seconda della convenienza fiscale e a scapito delle prospettive reddituali. Il nostro sistema tributario è pieno di bonus, incentivi, detrazioni, aliquote differenziate, violazioni del principio della capacità contributiva che dovrebbero essere l’eccezione, non la regola.
La semplificazione è un naturale portato della neutralità. Spesso vengono citate le 341 pagine di istruzioni necessarie per compilare la dichiarazione dei redditi: orbene, il fatto che ci siano oltre 600 tax expenditures, vale a dire detrazioni di imposta, indica più uno sfrenato clientelismo politico
che la capacità onnisciente del governo di saper individuare gli attori o gli atti economici meritevoli. Meglio avere meno aliquote, più basse per tutti e lasciar liberi di scegliere come spendere i propri soldi.


Infine, il garantismo. Dal 2000 è in vigore lo Statuto dei diritti del contribuenti, una legge contenente princìpi molto importanti come l’irretroattività delle leggi tributarie, la necessità di una votazione parlamentare per ogni tributo, alcune limitazioni all’onere della prova (non si può richiedere di conservare la documentazione per più di 10 anni, ad esempio), il principio di correttezza e buona fede dell’amministrazione fiscale. Tuttavia, lo statuto è incompleto (in tema di onere della prova, ad esempio, lo sbilanciamento a favore dell’Ade è evidente) e, in quanto legge ordinaria, può essere derogata da una norma successiva. L’Ordine dei commercialisti ha proposto di rendere lo statuto costituzionale e quindi inderogabile da legge ordinaria e si tratta di un’ottima idea.
Il rapporto tra fisco e cittadini è uno dei cardini dello Stato di diritto e una sua riforma in senso liberale ed efficiente sarebbe un risultato straordinario. Come pure sarebbe commendevole una drastica riduzione delle tasse, ma bisognerebbe decurtare altresì la spesa pubblica. Di questo, un’altra volta.