Funerali di Benedetto XVI: il secondo abito del Papa
di Marino Niola , di Marino NiolaMorto un Papa ce n'è già un altro. Ed è stato proprio lui, Papa Francesco, a presiedere i funerali di Benedetto XVI, pontefice emerito e prima ancora emerito teologo. È questo il grande cortocircuito che la Chiesa sta gestendo. E non è cosa di poco conto. Perché nel solenne addio al mondo di Joseph Ratzinger, arcaismo e modernità, spinte conservatrici e spinte innovatrici si affrontano e si rimescolano come le acque di un fiume in piena.
Con effetti sorprendenti. Come l'applauso interminabile dei cinquantamila fedeli che, incuranti del freddo e della nebbia, hanno riempito piazza San Pietro sin dalle prime luci dell'alba, per rendere omaggio a un capo della Chiesa che in vita non scaldava i cuori. Ma lo sta facendo alla grande ora che è morto.
Ne sono la prova ulteriore i settantamila che nei giorni scorsi hanno sfilato davanti alla sua salma, coperta dal paramento rosso, simbolo del lutto papale, che in contr…
Morto un Papa ce n'è già un altro. Ed è stato proprio lui, Papa Francesco, a presiedere i funerali di Benedetto XVI, pontefice emerito e prima ancora emerito teologo. È questo il grande cortocircuito che la Chiesa sta gestendo. E non è cosa di poco conto. Perché nel solenne addio al mondo di Joseph Ratzinger, arcaismo e modernità, spinte conservatrici e spinte innovatrici si affrontano e si rimescolano come le acque di un fiume in piena.
Con effetti sorprendenti. Come l'applauso interminabile dei cinquantamila fedeli che, incuranti del freddo e della nebbia, hanno riempito piazza San Pietro sin dalle prime luci dell'alba, per rendere omaggio a un capo della Chiesa che in vita non scaldava i cuori. Ma lo sta facendo alla grande ora che è morto.
Ne sono la prova ulteriore i settantamila che nei giorni scorsi hanno sfilato davanti alla sua salma, coperta dal paramento rosso, simbolo del lutto papale, che in contrasto con il pallore marmoreo dell'incarnato ha trasformato il suo corpo in una scultura apostolica, nel simulacro di un'antica maestà. Colorata di scarlatto.
Lo stesso colore del camauro, il tradizionale berretto abbandonato dai suoi predecessori e che il Papa tedesco aveva ripreso ad indossare insieme alla mozzetta, cioè la mezza mantella. E alle celebri scarpe purpuree che evocavano il martirio dei santi.
Questo profondo rosso, che è quanto resta delle antiche insegne imperiali di Roma, è stato uno dei contrassegni della strada restauratrice imboccata da Benedetto, il Papa che vestiva di simboli.
Il conservatore inflessibile che però ha compiuto il gesto più rivoluzionario. Ha dimesso sé stesso. Era l'11 febbraio del 2013, quando Joseph Ratzinger ha fatto scendere dal trono di Pietro Benedetto XVI. E in questo modo ha desacralizzato la sua persona. Ma la sacralità pontificia gli è rimasta tenacemente attaccata al corpo.
Ed è riemersa in questi giorni in tutta la sua arcaica potenza per una sorta di rebound del sacro. Che gli è stato cucito addosso, come un secondo abito, dagli stessi fedeli, che in quella sua inattualità apparsa a molti antimoderna vedono un punto fermo contro le insicurezze e i dubbi del presente.
Ecco perché la vox populi, che in San Pietro è risuonata alta e forte, alla fine della cerimonia ha gridato "santo subito", chiedendo la canonizzazione di questo Papa che ha combattuto vittoriosamente contro il diavolo. Satana, infatti, a detta dell'arcivescovo Georg Gänswein suo segretario particolare, gli si era scatenato contro.
Stiamo assistendo alla riemersione di simboli antichi che riaffiorano in tutta la loro straripante carica evocativa. Rivelando una domanda di certezza e di profondità espressa con un evergreen dell'immaginario, come la paura del principe delle tenebre. Che nella nostra società secolarizzata era finito in fuorigioco.
Ma padre Georg lo ha rimesso in partita. E, quel che più conta, la gente lo ha ripreso e rilanciato di controbalzo, perché evidentemente a dispetto di scienza esperienza e conoscenza, non è stato ancora inventato un modo più efficace per definire i confini del bene e del male come l'alternativa fra Dio e il diavolo.
D'altra parte, i funerali sono sempre un momento della verità, perché dalla relazione che si stabilisce con i morti si riflette come in uno specchio la trama delle relazioni tra i vivi. A maggior ragione le esequie di un sovrano come il Papa riflettono le mutazioni, le esitazioni e le contraddizioni religiose e sociali che si agitano nella collettività dei credenti. E che sono già riaffiorate nelle dichiarazioni di padre Georg.
Quel che è certo è che siamo stati testimoni di qualcosa che nella storia del cristianesimo non si era mai visto, e cioè un Papa che ne seppellisce un altro. Un fatto assolutamente nuovo, ma che si carica di ulteriori significati se si pensa che i due Papi avevano visioni diverse sul ruolo e sulla natura della Chiesa del futuro.
Visioni che si sono più volte contrapposte su temi importanti come il celibato dei preti, il sacerdozio femminile, la benedizione alle coppie omosessuali, l'elezione diretta dei vescovi, la messa in latino. Ma nessuna fino ad ora ha prevalso. E l'eco di queste grandi questioni di fede e di coscienza, di religiosità e di civiltà, ha risuonato in quello sterminata schiera di corpi in movimento e di anime in fermento accorsa per l'estremo saluto al pontefice intellettuale.
Insomma, la marea di credenti che manifesta il suo amore postumo per il Papa emerito è il precipitato dello smarrimento e al tempo stesso dell'attaccamento ai valori della fede. Che è esattamente quel che succedeva alla morte dei grandi santi, quando il loro corpo e i loro abiti durante i funerali venivano smembrati in una miriade di reliquie. Le cronache del tempo li definivano "popolari attentati per troppo amore".
Ora come allora vale il principio per cui avvicinarsi al corpo santo, o invocato come tale, stabilisce un contatto con la fonte ultraterrena dei suoi poteri. Ecco perché anche nella società del materialismo spinto e della spiritualità on demand il corpo glorioso resta un'interfaccia con l'eternità.