I dati sull'aumento dei prezzi a fine 2022 rappresentano un banco di prova molto severo per il governo, ma sono anche un'occasione per mettere in second'ordine gli strumenti della propaganda e ridare priorità ai problemi strutturali dell'economia e della società italiana.
Un aumento dei prezzi al consumo dell'11% comporta una perdita di reddito delle famiglie che non ha paragoni nella storia recente. La legge di bilancio prevede una compensazione fino a marzo degli aumenti delle bollette energetiche ma, se i rincari dovessero persistere per tutto il 2023, compensazioni ulteriori sarebbero possibili solo a costo di sfondare gli obiettivi di bilancio e di far aumentare il debito pubblico, con rischi per la stabilità finanziaria.
Il valore reale del debito scenderebbe? Sì, ma in misura pari all'aumento dei soli prezzi interni (un po' più di metà dell'inflazione media). Non ci si può sorprendere che, sui me…
I dati sull'aumento dei prezzi a fine 2022 rappresentano un banco di prova molto severo per il governo, ma sono anche un'occasione per mettere in second'ordine gli strumenti della propaganda e ridare priorità ai problemi strutturali dell'economia e della società italiana.
Un aumento dei prezzi al consumo dell'11% comporta una perdita di reddito delle famiglie che non ha paragoni nella storia recente. La legge di bilancio prevede una compensazione fino a marzo degli aumenti delle bollette energetiche ma, se i rincari dovessero persistere per tutto il 2023, compensazioni ulteriori sarebbero possibili solo a costo di sfondare gli obiettivi di bilancio e di far aumentare il debito pubblico, con rischi per la stabilità finanziaria.
Il valore reale del debito scenderebbe? Sì, ma in misura pari all'aumento dei soli prezzi interni (un po' più di metà dell'inflazione media). Non ci si può sorprendere che, sui mercati, i creditori dello Stato italiano siano in allerta.
A poco serve criticare la Bce perché vuole alzare i tassi d'interesse dal 2 al 3%, un costo reale del denaro che resta molto al di sotto dello zero. Mettere in dubbio il consenso dei governi attorno alla Bce rende anzi meno credibile l'impegno dell'istituto centrale nel perseguire l'obiettivo di inflazione e riportarlo vicino al 3% come è previsto per il 2024.
Ora che i prezzi al consumo in Italia sono più alti che in Francia e Germania, è il nostro Paese a dover chiedere alla Bce politiche rigorose, anziché fare il contrario.
Ma le politiche di contrasto all'inflazione raramente fanno guadagnare consenso. Si pensi alla deindicizzazione delle pensioni che il governo ha già introdotto e che eroderà il reddito di milioni di famiglie del ceto medio negli anni a venire.
Così pure gli effetti distributivi: l'inflazione è spesso un problema di rapporti di forza tra chi fissa i prezzi (pensiamo agli aumenti non sempre ben spiegati dei prodotti energetici) e chi li subisce.
Rafforzare i controlli significa intervenire sul potere rugginoso delle lobby, mentre aumentare la concorrenza implica lo scardinamento dello status quo. Inoltre, la differenza nei costi dell'energia tra Paesi simili dipende anche dalla capacità dei governi di incoraggiare il risparmio energetico delle famiglie e la riorganizzazione interna delle imprese.
Per farlo è necessario spiegare in modo trasparente le difficoltà con cui il Paese si confronta e incentivare i comportamenti virtuosi, anziché compensare gli amici o dar la colpa ai nemici. Ugualmente, se i prezzi energetici sono stati la prima fonte dei rincari del 2022, è opportuna una politica di cooperazione europea nel procurarsi le materie prime, non l'opposto.
C'è poi troppo compiacimento per la crescita dell'economia italiana, concentrata quasi solamente in tre regioni (sarebbe utile avere dati locali sui livelli dei prezzi anche nel dibattito sulla "spesa storica" delle regioni).
È possibile che l'aumento dei prezzi sia legato al fatto che la ripresa è troppo localizzata sia geograficamente, sia in un ridotto numero di imprese: non si trova forza lavoro per la transizione digitale e per le nuove attività, così come si trovano poche batterie al litio o pannelli solari. Tutti segnali di problemi strutturali che sollecitano risposte pubbliche.
I temi della crescita dovrebbero essere al centro dell'azione di governo. L'aumento del Pil per ora è dovuto a una ripresa degli investimenti post-pandemia che ha coinciso con l'iniezione di fiducia del piano di ripresa europeo.
La crescita si è poi rafforzata, rispetto ad altri Paesi europei, grazie alle sovvenzioni del piano contabilizzate nel 2022. Si tratta di trasferimenti che finora hanno ridotto il disavanzo e anche il debito pubblico, ma che dal prossimo anno avranno un segno opposto.
Tra il 2023 e il 2026, i prestiti porteranno a un debito più elevato per 55 miliardi di euro. Negli anni successivi bisognerà assicurare la costosa manutenzione delle opere realizzate e finanziarne l'attività ordinaria.
L'effetto dei fondi europei sarà positivo, se non verranno sprecati, ma si ridurranno i margini di spesa dei governi futuri. Ci sarà cioè sempre meno spazio per politiche di "spesa e propaganda".