Non sarà certo una tregua unilaterale di due giorni – una tregua che non lo è, pensata da Putin come operazione di immagine e inaccettabile per l’Ucraina – a cambiare l’andamento della guerra. Le guerre sono sempre difficili da prevedere nella loro evoluzione. A quasi un anno dal 24 febbraio, giorno di avvio della “operazione militare speciale” scatenata da Mosca, sappiamo che Vladimir Putin ha fallito nel suo disegno iniziale: riportare l’Ucraina nella sfera di influenza della Russia, recuperando così almeno parte della grandezza imperiale perduta. La cosa doveva essere rapida. L’Ucraina era già cosa “propria”, nella visione di Putin: un non-Stato e un non-popolo, ma piuttosto un pezzo essenziale del vagheggiato Ruskiy Mir, con l’ortodossia come collante. Peccato che questo approccio faccia a pugni con la realtà. E la realtà è molto semplice: Putin ha compiut…
Non sarà certo una tregua unilaterale di due giorni – una tregua che non lo è, pensata da Putin come operazione di immagine e inaccettabile per l’Ucraina – a cambiare l’andamento della guerra. Le guerre sono sempre difficili da prevedere nella loro evoluzione. A quasi un anno dal 24 febbraio, giorno di avvio della “operazione militare speciale” scatenata da Mosca, sappiamo che Vladimir Putin ha fallito nel suo disegno iniziale: riportare l’Ucraina nella sfera di influenza della Russia, recuperando così almeno parte della grandezza imperiale perduta. La cosa doveva essere rapida. L’Ucraina era già cosa “propria”, nella visione di Putin: un non-Stato e un non-popolo, ma piuttosto un pezzo essenziale del vagheggiato Ruskiy Mir, con l’ortodossia come collante. Peccato che questo approccio faccia a pugni con la realtà. E la realtà è molto semplice: Putin ha compiuto un errore fatale lanciando una guerra che era convinto di vincere facilmente ma che ha già perso sul piano politico. Mosso da frustrazione imperiale, più che da criteri razionali, il capo del Cremlino ha sottovalutato la volontà di resistere e di esistere degli ucraini; ha pensato, dopo il ritiro dall’Afghanistan, che Stati Uniti ed Europa si sarebbero dileguati e divisi; ha sovra-stimato le capacità delle proprie forze armate. Errori di calcolo clamorosi, che Mosca ha cercato nei mesi di tamponare (mobilitazione militare, guerra del gas, bombardamenti contro le infrastrutture strategiche ucraine).
Se questa è l’origine di un conflitto brutale, con migliaia di vittime e milioni di rifugiati, non è affatto semplice capire quale ne sarà l’esito. La guerra sembra destinata a durare nel 2023: è una guerra di perseveranza, nuova e vecchia al tempo stesso. Vecchia perché questa lunga fase di attrito ricorda la prima guerra mondiale: assisteremo, nella parte di inverno che resta, a un parziale trinceramento dell’esercito russo, combinato ad attacchi distruttivi contro le città e le infrastrutture ucraine. Nuova per il peso dell’intelligence americana e britannica a sostegno delle forze di Kyiv, per il ruolo dei satelliti di Starlink, per la commistione fra armi occidentali e popolo in armi. L’Ucraina che si difende deve anche riuscire ad offendere, per vincere. Ma l’ Occidente tiene fermo un criterio essenziale: non va varcata la linea sottile che separa il conflitto fra Russia ed Ucraina da una guerra diretta fra Russia, Stati Uniti e Nato. Le forze russe che hanno invaso l’Ucraina, annettendosi sulla carta quattro regioni, non riescono a controllare interamente il territorio che sostengono di avere (ri)conquistato. Lo scenario più probabile dei prossimi mesi è quindi uno stallo sostanziale: Ucraina e Russia non possono concepire di perdere ma non riescono a vincere. Per l’Ucraina si tratta di salvare l’indipendenza nazionale; per Putin di salvare il proprio potere. Per entrambe le parti, in modo diverso, si tratta di un conflitto esistenziale.
Questo spiega perché un negoziato sia praticamente impossibile, nelle condizioni di oggi: la guerra continuerà. Quali sono le alternative possibili, escludendo variabili estreme (un cambio drastico e rapido delle fortune sul fronte militare, un colpo di Stato a Mosca, un’intesa vera fra Usa e Cina)? La prima è che l’Ucraina sia messa in grado di negoziare da posizioni di forza e non alle condizioni di Mosca, che equivalgono a una resa e alle perdita del 20% circa del proprio territorio. Ciò significa che gli alleati occidentali, e non solo gli Stati Uniti, dovranno aumentare la qualità e quantità delle forniture militari a Kyiv: sta cominciando a farlo la Germania. E dovranno mantenere una forte coesione politica in appoggio all’Ucraina, non cedendo alla “war fatigue” che cresce nell’opinione pubblica di Usa ed Europa. Solo di fronte a uno scenario del genere, Mosca potrebbe forse decidere di trattare, tornando ai confini del 24 febbraio. In sostanza: gli equilibri militari sul terreno dovranno nel tempo modificarsi perché un negoziato diventi possibile. E affinché un accordo si concluda, decisiva sarà la Crimea, come posta in gioco che Kyiv dovrà a un certo punto mettere sul tavolo.
Una seconda possibilità è che le posizioni restino comunque troppo distanti per immaginare qualcosa di simile a una trattativa di pace. Piuttosto, si andrebbe gradualmente verso un congelamento del conflitto, fino ad un armistizio che evoca il precedente della Corea negli anni ‘50. I combattimenti prima o poi si ridurranno di intensità e finiranno; ma senza un accordo di pace. L’Ucraina, in una ipotesi di armistizio alla coreana, perderebbe parte del suo territorio ma sarebbe garantita direttamente dalla Nato; comincerebbe la sua ricostruzione economica come parte del sistema euro-occidentale. La Russia manterrebbe qualcosa sul piano territoriale, risultato che Putin cercherà di “vendere” all’interno per giustificare costi e conseguenze, per la Russia, dell’operazione militare. Ma anche questo scenario segnerebbe una sconfitta per il capo del Cremlino, che con la sua guerra in Ucraina ha intanto ridotto Mosca a un junior partner di Pechino, pregiudicando immagine e rango del proprio paese. Non certo le premesse per un potere che duri.