✕

Giovani e diseguaglianze

(agf)
In Italia si lascia la famiglia di origine a 29,9 anni, la media europea è 26. E un terzo delle famiglie è composta da un solo elemento
2 minuti di lettura

Non esiste solo una questione di bassa fecondità, non va guardato solo un pezzo dei cambiamenti demografici. Le trasformazioni in atto nelle famiglie creano un contesto di vulnerabilità rilevante, che dovrebbe sconsigliare il depotenziamento delle misure contro le diseguaglianze.
Le persone disegnano le proprie vite, e scelgono, non sempre liberamente, con chi vivere, con chi "fare famiglia" nelle varie fasi della vita. Queste scelte variano nel tempo e nello spazio, nel corso della vita, tra le generazioni.


Non si tratta di cambiamenti repentini, vengono da lontano, e sono espressione di mutamento culturale e condizionamenti economici che possono forzare le scelte in alcune fasi della vita degli indiv…

Non esiste solo una questione di bassa fecondità, non va guardato solo un pezzo dei cambiamenti demografici. Le trasformazioni in atto nelle famiglie creano un contesto di vulnerabilità rilevante, che dovrebbe sconsigliare il depotenziamento delle misure contro le diseguaglianze.
Le persone disegnano le proprie vite, e scelgono, non sempre liberamente, con chi vivere, con chi "fare famiglia" nelle varie fasi della vita. Queste scelte variano nel tempo e nello spazio, nel corso della vita, tra le generazioni.


Non si tratta di cambiamenti repentini, vengono da lontano, e sono espressione di mutamento culturale e condizionamenti economici che possono forzare le scelte in alcune fasi della vita degli individui.
Venti anni fa la forma di vita familiare più diffusa era la coppia coniugata con figli, la famiglia nucleare classica. Ora al primo posto sono i single: 8 milioni e mezzo di persone, un terzo delle famiglie. Sono cresciuti in tutte le fasce di età, e sebbene siano più presenti tra gli anziani arrivano a più del 12% tra i 35-54enni. È una tendenza in atto in tutta Europa e negli Usa. In Italia non ha ancora assunto la stessa intensità. Un altro modo di vivere non necessariamente "sotto lo stesso tetto".


I giovani sono ingabbiati nella permanenza nella famiglia di origine. L'età di uscita dalla famiglia in Italia è in media 29,9 anni. In Europa è 26, in Francia e Germania 23,6 in Svezia 19. Va sottolineato che i Paesi con una età di uscita più alta sono anche quelli che presentano tassi di occupazione giovanili più bassi. Cioè, quelli dove i giovani hanno più difficoltà a costruirsi percorsi di vita indipendenti. Emerge dai dati Eurostat. Certo esistono anche aspetti culturali che contribuiscono a spiegare la permanenza dei giovani in famiglia, ma le difficoltà oggettive sono notevoli.
Le coppie in cui ambedue i partner lavorano tra quelle in cui le donne hanno fino a 64 anni sono poco meno della metà del totale. La crescita delle coppie in cui ambedue i partner lavorano in 20 anni si è bloccata, emerge solo per quelle in cui la donna ha da 45 a 54 anni. La situazione è rimasta più o meno la stessa per quelle coppie in cui la donna ha fino a 44 anni.


Aumentano le famiglie non tradizionali, single non vedovi, monogenitori non vedovi, famiglie ricostituite e libere unioni. Ora rappresentano il 40% circa del totale, sono quasi raddoppiate in 20 anni. Ciò avviene certamente per effetto dell'aumento di separazioni e divorzi, ma anche della scelta più frequente di deistituzionalizzazione delle unioni. Le libere unioni sono più di un milione e mezzo. E le nascite fuori dal matrimonio, sono le uniche a crescere negli ultimi anni. Siamo arrivati al 38% dei nati, nel 2000 erano il 9,2%.
Ebbene, i segnali di mutamento in atto nelle famiglie accanto ai problemi storici di carenza di lavoro e bassi salari per giovani e donne rendono il Paese molto vulnerabile.


E rendono difficile che le famiglie possano continuare a rappresentare il pilastro protettivo contro le crisi.
Tanto più che le reti familiari si sono fortemente logorate nel tempo anche come effetto delle tendenze demografiche.
Riflettiamo. Crescono i single, se perdono il lavoro e non hanno rete di sostegno, per loro si apre la strada della povertà.
Non aumentano le coppie in cui ambedue i partner lavorano, anche questo crea rischi con l'aumento delle separazioni e la nascita di figli e con il proliferare di madri sole.


I giovani sono ingabbiati a carico delle loro famiglie di origine in gran parte senza lavoro o con lavori precari o irregolari. Quanto potranno reggere loro stessi e le loro famiglie?
Non che prima rischi non esistessero. Ora si sono riconfigurati. E certo la risposta non può essere la colpevolizzazione di chi non lavora in un Paese con il tasso di occupazione più basso di Europa. La priorità è lavoro dignitoso per giovani e donne e maggiore efficacia della rete di protezione per i più vulnerabili. Non certo il suo indebolimento.

L'intervento dell'autrice è a carattere personale