Summit di Davos, il governo no global tra i banchieri manda Giuseppe Valditara
di Francesco Manacorda , di Francesco ManacordaCinquantadue capi di Stato e di governo sono annunciati la prossima settimana sulle cime (poco) innevate di Davos. Assieme a loro, gli organizzatori del più celebre vertice della globalizzazione mondiale prevedono anche 56 ministri delle Finanze, 35 ministri degli Esteri, 30 ministri del Commercio, 19 governatori di Banche centrali, 19 leader di grandi organizzazioni internazionali. La delegazione dell'esecutivo italiano finora annunciata è composta da un solo nome: il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara.
Ecco, sarebbe fin troppo facile maramaldeggiare su quanto incongruente potrà apparire la solitaria figura del professor Valditara di fronte a ben più nutrite delegazioni nazionali; sarebbe ingeneroso notare come finora il suo ruolo sullo scenario internazionale abbia riguardato soprattutto la doverosa difesa del corpo insegnante italiano in risposta alle critiche di una famigliola finlandese delusa da una fugace esperienza in una scuola si…
Cinquantadue capi di Stato e di governo sono annunciati la prossima settimana sulle cime (poco) innevate di Davos. Assieme a loro, gli organizzatori del più celebre vertice della globalizzazione mondiale prevedono anche 56 ministri delle Finanze, 35 ministri degli Esteri, 30 ministri del Commercio, 19 governatori di Banche centrali, 19 leader di grandi organizzazioni internazionali. La delegazione dell'esecutivo italiano finora annunciata è composta da un solo nome: il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara.
Ecco, sarebbe fin troppo facile maramaldeggiare su quanto incongruente potrà apparire la solitaria figura del professor Valditara di fronte a ben più nutrite delegazioni nazionali; sarebbe ingeneroso notare come finora il suo ruolo sullo scenario internazionale abbia riguardato soprattutto la doverosa difesa del corpo insegnante italiano in risposta alle critiche di una famigliola finlandese delusa da una fugace esperienza in una scuola siracusana.
Invece vale la pena di chiedersi seriamente perché il governo di Giorgia Meloni abbia deciso in modo così plateale di non esserci o quasi nell'occasione che, nel bene e nel male, rappresenta il momento dell'anno in cui la comunità internazionale della politica e degli affari si incontra e si confronta.
Assente infatti la premier, ma anche il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti - inizialmente previsto. Una scelta che sa di chiusura, di ritirata in una immaginaria ridotta nazionale, proprio in nome del "no" alle "élite globalizzate", come le definì proprio Meloni lo scorso aprile alla conferenza programmatica di Fratelli d'Italia.
E dunque una formula che oppone i "nostri" - che si tratti di balneari, tassisti o agricoltori - al resto del mondo, che magnifica le virtù del "nostro" cibo opponendole a un'Europa che la narrazione gastrosovranista vorrebbe pronta a farci ingurgitare insetti, che in poche parole sogna un'autarchia impossibile.
Propaganda elettorale, proprio come con la cancellazione delle accise sulla benzina, ma anche ideologia identitaria. Un'ideologia che a volte deve piegarsi a una realtà che non fa sconti, come nel caso di Ita che finisce nell'orbita della tedesca Lufthansa, e spesso invece si identifica e si rafforza in posizioni che somigliano a una negazione della realtà.
Intendiamoci, Davos è tutt'altro che il luogo delle verità rivelate. Il circo della globalizzazione che quest'anno riapre in versione invernale nel Cantone dei Grigioni, dopo due anni di sospensione causa Covid, è il posto dove i partecipanti discetteranno di come l'inflazione sia oggi il maggior pericolo per l'economia e poi torneranno al loro bilocale in affitto che può arrivare a costare 25 mila franchi svizzeri per cinque giorni. Insomma a Davos si sbaglia spesso, anche se probabilmente non volentieri.
Con gli anni è nato addirittura il "Davos Man", figura immaginaria e archetipica di una globalizzazione senza filtri e senza confini: è l'Uomo di Davos che nel 2017 accoglie festante il presidente della Repubblica e segretario generale del Partito comunista cinese Xi Jinping, che si propone come nuovo paladino della globalizzazione; è l'Uomo di Davos che nel 2018 offre un'ampia apertura di credito al principe ereditario saudita Mohammad bin Salman prima che si scopra la propensione del giovane sovrano a fare a pezzi i giornalisti critici.
Dunque, per il nostro esecutivo essere su quelle montagne, assieme a molti altri esponenti di altri governi, non significherebbe inginocchiarsi di fronte a quelle élite di cui Meloni si erge legittimamente ad avversaria.
Anzi, potrebbe essere interessante per la premier italiana o per i suoi principali ministri portare proprio là la loro critica radicale alla globalizzazione - una globalizzazione certo non scevra da peccati - che lega molte anime del governo, e permettere alla comunità internazionale di ascoltare programmi e idee di una forza politica che vince le elezioni dopo oltre mezzo secolo all'opposizione. Confrontarsi, in una parola.
Così non è stato e Valditara si avvia solitario verso le montagne svizzere, mentre i vertici delle - poche - grandi aziende italiane, a partire da Eni e Enel saranno presenti in forze. Almeno loro hanno capito da tempo che non basta chiudere gli occhi per far finta che la globalizzazione non esista.