Nel nostro immaginario c'è un quadretto straziante, l'iconografia di un incubo senza tempo. Interno giorno: una tavola imbandita di leccornie, un salotto addobbato con festoni e palloncini. Nel frigorifero una torta, la scritta "tanti auguri" vergata con la crema al cioccolato. Le candeline pronte per essere accese e poi spente al momento giusto. È tutto pronto: una madre trepidante, un fratello piccolo escluso e di pessimo umore in un angolo, il fremito dell'attesa. Lui o lei, adolescente, protagonista della festa, impavido sulla scena, aspetta gli invitati. Il tempo passa, cinque, dieci, sessanta minuti; ormai è tardi. Non arriverà nessuno. Il disastro è compiuto, la tragedia consumata, la torta intonsa.
"Ho bisogno di amici, solo mia madre esce con me": su Instagram l'appello di Ismaele, 21enne di Bari
Abbiamo imparato, a fatica, a dirci fragili, inadeguati, persino guasti e falliti, ma soli no, soli mai. Perché la solitudine era l'ultima frontiera dell'indicibile.
Oggi non più. Intorno a noi il mondo pullula di ragazzi soli, disincantati protagonisti di feste che non saranno celebrate, stelle flebili su palchi deserti, monadi affacciate su illusorie e virtuali finestre.
Ognuno di loro, da un'età troppo tenera, tra le mani ha un canale aperto sull'infinito che non si chiude mai, neppure di notte. Grazie ai loro smartphone, ai loro tablet, ai loro computer, arrivano dovunque e raggiungono chiunque. Che bisogno c'è di uscire? Perché rischiare di invitare a casa qualcuno che potrebbe essere antipatico o addirittura latitante? Perché esporsi, mettersi in gioco, magari farsi male, se tutto succede qui, al sicuro, nella vertigine di uno schermo?
I nostri figli, nipoti, fratelli minori, creature ibride, in divenire, in procinto di spiccare il volo, non hanno compagni di viaggio in carne e ossa con cui affrontare la vita. Se va bene hanno qualche follower, più spesso seguono straniti le vite sfavillanti e inverosimili dei loro pari, impudichi nei loro balletti, nei loro pensieri sghembi, nelle loro immagini filtrate.
Un giorno poi qualcuno di loro apre gli occhi. Alza il velo su una festa deserta. "Sono solo. Qualcuno vuole uscire con me?". L'appello rimbalza, di stanza in stanza, di schermo in schermo. Il re è nudo e gli adolescenti sono soli. Talmente soli che dirlo non è più un tabù ma la mera constatazione di un dato di fatto.
In un'età in cui gli amici dovrebbero essere la stella polare, la misura del mondo, l'unico parametro degno, gli amici non ci sono.
I nostri figli sono fragili, inadeguati e un po' guasti, come lo eravamo noi e come lo erano i nostri genitori. In più però sono anche soli.
Come è potuto succedere? Eppure li vedevamo mentre si ritraevano nei loro schermi come tartarughe nel guscio. Come abbiamo potuto permetterlo? Forse perché neppure noi conosciamo gli strumenti per difenderci da quel canale vorace e sempre aperto. I nostri figli sono naufraghi alla deriva perché lo siamo anche noi adulti.
Qualche giorno fa a Seattle le scuole pubbliche hanno intentato una causa contro TikTok, Instagram, Facebook, YouTube e Snapchat, accusandoli di essere responsabili dell'aumento di ansia, depressione, problemi alimentari e cyberbullismo tra i più giovani.
Chiedono un risarcimento per i danni subiti.
E noi, che non viviamo a Seattle, come possiamo arginare un problema universale?
Da piccola odiavo partecipare alle feste dei miei amici ma mia madre mi obbligava ad andarci. "Dopo sarai contenta", diceva. Quel "dopo" era l'abisso in cui sarei precipitata, pensavo. E invece aveva ragione. Le rivoluzioni cominciano da basso. Staniamo i nostri figli dai loro antri, buttiamoli fuori di casa tutti insieme. Riprendiamoci il nostro ruolo di genitori, cerberi, legislatori. Assumiamoci la responsabilità di spegnere i loro cellulari, a costo di diventare loro nemici. "Dopo sarete contenti". È uno sporco lavoro il nostro, ma qualcuno deve pur farlo.