L'idea avanzata dal governo italiano di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica è molto rischiosa. Sono passati sessant'anni dalla prima elezione del presidente francese a suffragio universale diretto, uno spazio di tempo che ci consente di valutare il vicolo cieco in cui una tale riforma potrebbe portare.
Dotare il Presidente della Repubblica di una legittimità elettorale crea il forte rischio di farne un concorrente del Presidente del Consiglio e che cerchi di orientare la politica del governo. I presidenti francesi, che si chiamino Sarkozy, Hollande o Macron, non si accontentano di partecipare a delle cerimonie, o di un ruolo nell'ambito della diplomazia o della difesa. Onnipresenti nei media, dirigono di fatto la politica del …
L'idea avanzata dal governo italiano di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica è molto rischiosa. Sono passati sessant'anni dalla prima elezione del presidente francese a suffragio universale diretto, uno spazio di tempo che ci consente di valutare il vicolo cieco in cui una tale riforma potrebbe portare.
Dotare il Presidente della Repubblica di una legittimità elettorale crea il forte rischio di farne un concorrente del Presidente del Consiglio e che cerchi di orientare la politica del governo. I presidenti francesi, che si chiamino Sarkozy, Hollande o Macron, non si accontentano di partecipare a delle cerimonie, o di un ruolo nell'ambito della diplomazia o della difesa. Onnipresenti nei media, dirigono di fatto la politica del governo in tutte le sue dimensioni. Il ruolo del primo ministro francese si riduce a metterla in atto, alla gestione dell'amministrazione e ai rapporti con il Parlamento. Questo parlamento è (di solito) confinato alla periferia della vita politica, poiché non può mettere in discussione o scavalcare il presidente. Così, vediamo il primo ministro venire in seduta plenaria dopo i Consigli europei a difendere decisioni che tutti sanno non essere sue.
Si obietterà che l'Italia non è la Francia e che l'elezione diretta del presidente non renderà automaticamente il Quirinale il centro della vita politica. È vero che altri elementi, storici e istituzionali, hanno contribuito all'affermazione del presidente francese. Ma questa obiezione, per quanto valida, non può nascondere i quattro pericoli reali rappresentati da questo progetto.
In primo luogo, l'elezione del presidente a suffragio universale diretto non garantisce il suo dominio, ma potrebbe offrirgliene la possibilità. Sullo sfondo di una diffusa ondata di sfiducia dei cittadini nella vita politica, un presidente potrebbe usare i milioni di voti espressi a suo favore per rivendicare con successo prerogative che la Costituzione non gli offre. In un'epoca in cui prosperano i populismi e gli avventurieri politici, non si può pensare che le regole del diritto costituiscano una protezione sufficiente contro la tentazione autoritaria, soprattutto quando questa è sostenuta da una parte della popolazione. Chi può essere sicuro, ad esempio, che gli eredi di personalità come Silvio Berlusconi o Beppe Grillo, eletti direttamente dal popolo, si accontenterebbero di un ruolo protocollare?
In secondo luogo, l'elezione diretta del presidente si aggiungerebbe a quella dei parlamentari. L'espressione della volontà popolare attraverso due canali comporta il rischio di risultati contraddittori, una contraddizione alimentata dalla sfiducia nel mondo politico. Guardate la storia costituzionale francese: arriverà necessariamente un giorno in cui gli elettori sceglieranno una maggioranza parlamentare di destra e un presidente di sinistra - o viceversa. Ci guadagnerebbe, l'Italia, da una competizione ai vertici dello Stato, sorda o aperta che sia? Gli esempi che possiamo trarre dall'esperienza francese, ma anche rumena e ceca, dovrebbero metterci in guardia sul fatto che l'opposizione tra il capo di Stato e il governo può portare alla paralisi dell'azione pubblica e alla perdita di influenza diplomatica.
In terzo luogo, è opportuno ricordare il ruolo di primo piano svolto dal Presidente della Repubblica italiana dal 1946 a oggi nella stabilizzazione di una vita parlamentare piuttosto movimentata. Questo ruolo si fonda su prerogative costituzionali come la scelta dei ministri o lo scioglimento delle Camere, ma anche su un aspetto di neutralità partitica di chi sale al Quirinale. È proprio perché è al di sopra del corso ordinario della vita politica che il presidente ha l'autorità di regolarla in caso di crisi. Questo credito arbitrale gli sarebbe riconosciuto se domani un candidato alla presidenza, identificato con un partito, associato a un preciso programma elettorale, attirasse il sostegno di milioni di elettori?
Infine, l'elezione di una personalità in una circoscrizione nazionale all'interno di un Paese diviso comporta il rischio di approfondire queste divisioni. Le ultime elezioni presidenziali statunitensi ne sono state un triste esempio. La mobilitazione intorno a un'unica elezione in tutto il Paese può contribuire ad alimentare una spaccatura tra due campi. In Italia, la divisione non è tanto tra destra e sinistra, quanto tra Nord e Sud: quale sarebbe la legittimità al Sud di un presidente assimilato, a torto o a ragione, alla difesa degli interessi del Nord?
Lungi dall'approfondire la democrazia, l'elezione diretta del Presidente comporta gravi rischi e farebbe entrare l'Italia in una zona di turbolenza costituzionale. L'esempio francese ci ricorda che la riforma è politicamente irreversibile. Infatti, sarebbe difficile tornare a una selezione parlamentare del presidente una volta introdotta la sua elezione diretta, poiché a quel punto la riforma apparirebbe una regressione democratica. Considerata, dunque, l'impossibilità di fare marcia indietro, sarà meglio, cari amici italiani, evitare di finire in un vicolo cieco.
Olivier Rozenberg è professore di Scienze Politiche presso l'Istituto di Scienze Politiche di Parigi (Sciences Po).
traduzione di Luis E. Moriones