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Me Too, una cultura da sradicare

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Mettere a fuoco il dettaglio senza perdere di vista la foto più grande, proviamo. Qual è l’habitat, il brodo di coltura — il mondo intorno, diciamo — degli episodi denunciati dal gruppo di attrici di Amleta. È forse il frutto di un’educazione collettiva al rispetto reciproco che fin dalla scuola d’infanzia promuove martellante e indefessa la parità di opportunità, di funzioni, di diritti e di doveri come accade, poniamo, in Scandinavia? Viviamo in un paese in cui uomini e donne sono educati, trattati e rappresentati allo stesso modo? Non mi pare. Ed è una prerogativa delle attrici, e una novità di adesso, quella di essere sottoposte al ricatto: o sei “gentile” con me o sei fuori? Non direi proprio. Le attrici, come chiunque lavori con il corpo, sono certamente più esposte alla pretesa di mettere a disposizione il corpo, appunto, in modo improprio. Ma è così per tutte, da sem…

Mettere a fuoco il dettaglio senza perdere di vista la foto più grande, proviamo. Qual è l’habitat, il brodo di coltura — il mondo intorno, diciamo — degli episodi denunciati dal gruppo di attrici di Amleta. È forse il frutto di un’educazione collettiva al rispetto reciproco che fin dalla scuola d’infanzia promuove martellante e indefessa la parità di opportunità, di funzioni, di diritti e di doveri come accade, poniamo, in Scandinavia? Viviamo in un paese in cui uomini e donne sono educati, trattati e rappresentati allo stesso modo? Non mi pare. Ed è una prerogativa delle attrici, e una novità di adesso, quella di essere sottoposte al ricatto: o sei “gentile” con me o sei fuori? Non direi proprio. Le attrici, come chiunque lavori con il corpo, sono certamente più esposte alla pretesa di mettere a disposizione il corpo, appunto, in modo improprio. Ma è così per tutte, da sempre: bariste e conducenti di autobus, segretarie e impiegate, ricercatrici universitarie di astrofisica e precarie di ogni ambito, figuriamoci le precarie. Viviamo in un Paese in cui un’avvocata di 35 anni che lavora in uno studio del quartiere Parioli, Roma, e si occupa di violenza sulle donne può essere uccisa per strada a colpi di pistola da un uomo di 61 con cui ha appena finito di discutere al ristorante. Succede ogni giorno, più volte al giorno. In una “foto più grande” in cui se mi lasci ti spacco la testa o ti sparo perché sei mia e solo mia il capufficio che t’invita a cena e ci prova in macchina è un inconveniente minore, si impara a gestirlo. Non per sminuire, per carità, la molestia è cosa gravissima: ma prima vivere, poi pretendere rispetto. Lo so. So bene che la sequenza esatta è contraria: se esiste il rispetto allora avrai sicura la vita. Ma il rispetto è una questione di educazione, appunto. Se la cultura del rispetto non esiste — a partire dall’idea piuttosto diffusa che se non fai come dico io ti ammazzo — rivendicare che il tuo superiore tenga le mani a posto è come scalare l’Himalaya scalzi.
Molti anni fa, nei miei venti, un collega autorevole mi prese da parte e mi disse: sei brava, hai talento mi pare, ora stai attenta. Se ti metti con uno grosso entri nel giro giusto, le serate le cene i contatti, fai carriera subito. Se ti piace il meccanico qui davanti farai più fatica: vedi te. Era sincero e benintenzionato: voleva davvero darmi un buon consiglio. Nelle redazioni dei giornali come ovunque c’è chi si mette col capo, chi col pari grado, chi con il ragazzo che porta i caffè, chi resta con chi stava prima, chi con nessuno. Gli esiti sul lavoro, non si può dar torto al mio antico collega, tendono a essere diversi. Non sempre, ma spesso.


Contro il vizio di chiedere c’è la virtù di non dare, dice un proverbio delle mie parti. Le donne — in quanto persone — rispondono alle categorie di ogni essere umano: c’è chi si farebbe bruciare sulla pira, piuttosto, chi reagisce rinunciando, chi ribalta il tavolo, chi denuncia. C’è chi ha presente le regole del gioco e le manipola, le utilizza a suo favore facendo quel che da secoli le donne hanno imparato da altre donne a fare: fare credere, procrastinare, far finta di non capire, alludere e ritirarsi, prendere tempo. Nessuna ha mai potuto sottrarsi del tutto al meccanismo chiamiamolo per intenderci seduttivo: escluderei che ci siano stati casi in cui chi voleva la parte dal direttore artistico — per tornare al mondo dello spettacolo — abbia esordito prendendolo a pesci in faccia al primo invito a due. Chi lo ha fatto, leggiamo dalle cronache, è uscita dal gioco. Se ne deduce che chi è rimasta in campo ha giocato: il che non significa che abbia ceduto alle pretese, ci mancherebbe. Ma certo le ha percepite, le ha gestite, le ha forse a volte in segreto assecondate. E però greve, volgare stabilire il confine fra chi ha fatto strada e chi no per dire: ecco, vedete, si lamentano solo quelle la cui carriera non è mai decollata. Le altre, invece, come hanno fatto? Se il sistema è quello sarà quello per tutte. Quindi? Come hanno fatto? È il tema scivolosissimo della complessità, dell’ambiguità, delle zone oscure di ogni relazione — persino di quelle padronali, patriarcali. L’altro giorno una popolare fiction della Rai, Un posto al Sole, raccontava di una ragazzina che denuncia false molestie. Ne ha scritto Claudio Cerasa. Se si accende all’improvviso un clima in cui la donna che denuncia ha ragione a prescindere allora ecco che si può dare il caso che denunciare convenga: a nascondere qualcosa, a ottenere qualcos’altro. Se ne parla Un posto al sole la possibilità che questo accada si deve essere depositata nel senso comune.


C’è un arretrato secolare da colmare e non è tutto in bianco e nero. C’è una cultura diffusa della sopraffazione maschile conclamata, indiscutibile. Ci sono i reati: non si picchia, non si ammazza. Ci sono comportamenti che dovrebbero diventarlo: non si molesta. Ci sono regole che mancano e che rendono difficile denunciare quel che accade. Le donne sovente non fanno i nomi di chi le ha ricattate. Ci sono indagini in corso, e poi non è che tutte abbiano voglia di buttarsi nel fuoco. Gli uomini di potere sono ancora lì. Quindi ottimo che ci siano collettivi di avvocate a difendere, associazioni a vigilare. Ma occhio. Primo perché la verità tende a essere complessa e credere sempre e solo a quel che conferma le proprie convinzioni può non essere un buon affare: basta un inciampo a invalidare migliaia di casi. Secondo perché sanzionare il maschio predatore quando è famoso serve, ma non basta. Bisogna scardinare la cultura ferma a “Carmelina componiti” e lo devono fare la scuola, la famiglia, la politica (che la politica quanto a maschilismo, parliamone). Lo devono fare gli uffici marketing, i programmi con la bionda e la bruna, la tv che promuove le risse fra donne, le donne che volentieri partecipano.
Scalare l’Himalaya vuol dire costruire un mondo dove gli uomini non si azzardano e se si azzardano le donne non si adeguano. Nemmeno un po’, nemmeno una volta sola o sempre ma in segreto. È di tutti, la condivisione delle regole del gioco. Viva chi le rompe, dunque, ma che sia valanga, che sia politica, che sia materia di studio a scuola. Che sia vanto per i padri avere un figlio “pieno di ragazzine” quanto avere una figlia che cambia ragazzo quando vuole, o cambia ragazza, o quel che crede nella vita sua. È questa la foto più grande del Me Too? Non proprio. Allora al lavoro.