Guerra delle accise e quel che resta
di Stefano Folli , di Stefano FolliL’ex ministro Renato Brunetta ha detto che la polemica intorno alle accise della benzina è “una tempesta in un bicchier d’acqua”. Il giorno prima il segretario del Pd, Enrico Letta, aveva dichiarato che le opposizioni sono riuscite, in questa circostanza, a “sbagliare un gol a porta vuota”. Si direbbe che ognuno colga un punto di verità, ma all’interno di considerazioni poco convincenti.
Brunetta sembra aver ragione quando lascia intendere che il governo Meloni supererà l’ostacolo, sia pure dopo aver sofferto. E i fatti gli danno ragione se si guarda allo sciopero dei benzinai evitato dopo il chiarimento a Palazzo Chigi e soprattutto dopo che il decreto è stato corretto. Per cui è vero: la coperta della finanza pubblica è talmente corta da rendere complicata qualsiasi manovra e da imporre una sorta di continuità nelle scelte di politica economica. Nonostante ciò, è arduo deru…
L’ex ministro Renato Brunetta ha detto che la polemica intorno alle accise della benzina è “una tempesta in un bicchier d’acqua”. Il giorno prima il segretario del Pd, Enrico Letta, aveva dichiarato che le opposizioni sono riuscite, in questa circostanza, a “sbagliare un gol a porta vuota”. Si direbbe che ognuno colga un punto di verità, ma all’interno di considerazioni poco convincenti.
Brunetta sembra aver ragione quando lascia intendere che il governo Meloni supererà l’ostacolo, sia pure dopo aver sofferto. E i fatti gli danno ragione se si guarda allo sciopero dei benzinai evitato dopo il chiarimento a Palazzo Chigi e soprattutto dopo che il decreto è stato corretto. Per cui è vero: la coperta della finanza pubblica è talmente corta da rendere complicata qualsiasi manovra e da imporre una sorta di continuità nelle scelte di politica economica. Nonostante ciò, è arduo derubricare la vicenda a malinteso: perché si è visto quanto sia male assortita la coalizione FdI-Lega-FI. Basta un soffio di vento, per restare al minimalismo di Brunetta, ed ecco che emerge il fastidio verso la giovane premier che dalla fine di settembre tiene sotto scacco i suoi alleati e che finalmente ha fatto qualche errore.
Certo, né Salvini né Berlusconi hanno carte alternative da giocare e invece devono sforzarsi di recuperare un po’ di consensi in vista delle regionali in Lombardia e Lazio. Ma lo screzio sulla benzina conferma quel che si sapeva: l’alleanza della destra è solo un cartello elettorale, assemblato alla meno peggio per sfruttare tutti gli interstizi del sistema con il quale abbiamo votato tre mesi fa. Se non erano le accise, sarebbe stata un’altra occasione: la brace è sempre incandescente sotto la cenere e basta poco perché la fiamma divampi. Per quanto, al dunque, tutto quello che Salvini e Berlusconi possono ottenere è di logorare il governo giorno dopo giorno, secondo un’antica ricetta della prima o seconda repubblica che sia. Come dire che segano il ramo su cui loro stessi sono seduti.
Quanto a Letta, anche lui dice una parziale verità, rivolto al suo Pd: tutti presi dai litigi interni sulle primarie, anzi sulle procedure delle primarie, ci si è dimenticati di sfruttare a dovere l’inciampo del governo, salvo qualche uscita di maniera. Tuttavia occorrerebbe essere più espliciti: la distrazione non è casuale, ma è figlia dell’involuzione del centro-sinistra. Se a destra qualcuno aspettava solo l’occasione per cominciare a vendicarsi di Giorgia Meloni (e allo stato l’ambizione resta velleitaria), a sinistra finora sono lontani dal definire i parametri di un’opposizione efficace. Per cui il cosiddetto “percorso congressuale” serve in modo quasi esclusivo a misurare la distanza che separa il Pd dal M5S e a vedere come si può ridurla o annullarla. Di conseguenza Conte è oggi più che mai il personaggio di riferimento del centro-sinistra e le primarie del Pd, concepite per scegliere un leader, rischiano di scegliere in pratica un numero due già rassegnato, in misura maggiore o minore, a subire l’egemonia dei 5S.
Si capisce allora che il tema della benzina, o delle accise, non aiuta a migliorare la qualità del dibattito pubblico. Nasce dal populismo della destra che ora si trova al governo e deve imboccare la strada del realismo. E incrocia il populismo della sinistra che ha fatto la strada inversa e pensa di usare oggi gli argomenti della Meloni prima maniera per risalire la china e consolidare il rapporto con il partito di Conte. Il rischio è allargare la frattura tra gli schieramenti in Parlamento. Non in nome di una diversa visione del futuro e nel segno di una proposta di sviluppo della società, ciò che sarebbe auspicabile. Ma come esito di una rissa quotidiana su ogni tema in grado di fare titolo nei “talk show”. Tempeste in un bicchier d’acqua che finiranno per travolgere gli argini.