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L'eversione populista 2.0

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La predicazione populista sta vincendo sulla democrazia, dal trumpismo a Bolsonaro
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In quel 1922 in cui l’Italia incominciò a perdere la libertà dilagava la violenza squadrista per strada, s’incendiavano le redazioni dei giornali, si assaltavano le Camere del lavoro e le Case del Popolo mentre lo Stato liberale moriva lentamente senza rendersene conto e Mussolini pronunciava la sua profezia come un programma per la nuova era: “La democrazia agonizza ovunque. Può darsi che nel passato il capitalismo abbia avuto bisogno della democrazia, oggi può farne a meno. È liquidato il secolo democratico, il secolo del numero, della maggioranza, della quantità. Gli succede un secolo aristocratico. Lo Stato di tutti diventa lo Stato dei pochi. Pochi, ed eletti”. Un attacco frontale al metodo, alle regole e ai principi della convivenza civile, e alla loro traduzione nei diritti dei cittadini e nelle istituzioni che reggono la cosa pubblica. Col risultato della Marcia su Roma, che avvierà il ventennio della dit…

In quel 1922 in cui l’Italia incominciò a perdere la libertà dilagava la violenza squadrista per strada, s’incendiavano le redazioni dei giornali, si assaltavano le Camere del lavoro e le Case del Popolo mentre lo Stato liberale moriva lentamente senza rendersene conto e Mussolini pronunciava la sua profezia come un programma per la nuova era: “La democrazia agonizza ovunque. Può darsi che nel passato il capitalismo abbia avuto bisogno della democrazia, oggi può farne a meno. È liquidato il secolo democratico, il secolo del numero, della maggioranza, della quantità. Gli succede un secolo aristocratico. Lo Stato di tutti diventa lo Stato dei pochi. Pochi, ed eletti”. Un attacco frontale al metodo, alle regole e ai principi della convivenza civile, e alla loro traduzione nei diritti dei cittadini e nelle istituzioni che reggono la cosa pubblica. Col risultato della Marcia su Roma, che avvierà il ventennio della dittatura. Cos’è successo oggi nel mondo da rimettere sotto scacco la democrazia — naturalmente in altre forme e in un ben diverso contesto — mobilitando nuove marce e cortei eversivi a Brasilia come a Washington, per assaltare i luoghi sacri del potere legittimo con l’obiettivo di rovesciare la regola democratica?
In realtà stiamo assistendo all’esito della predicazione populista che come ha spiegato qui Maurizio Molinari ha incendiato negli ultimi anni i territori estremi ai bordi delle due culture tradizionali di ogni società politica, la destra e la sinistra. Quei territori radicalizzandosi si sono ribellati alla convenzione civile che governa la convivenza politica da più di settant’anni, in una sorta di secessione dalla regola comune. Le grandi crisi non sono mai fattori neutrali, perché rimescolano ceti e garanzie, interessi e tutele, riconfigurando il sociale. Fette di popolazione sono precipitate fuori dalla zona protetta dalle fideiussioni dello Stato col welfare, l’istruzione, la sanità pubblica, le politiche d’integrazione: il populismo ha drenato quei margini promettendo agli esclusi non riscatto (che è politica), ma vendetta (che è istinto) e proiettando l’immagine di una grande confisca criminale di potere e di ruolo sociale da parte dei governi, delle élite, della scienza, della politica e della cultura. Un golpe bianco messo in opera dagli esperti, dai tecnici e dai competenti, con una privatizzazione del sapere consumato come il nettare degli dei soltanto dalla classe dominante cui è riservato, a danno di tutti gli altri estromessi per sempre dalla contesa per il potere. Cent’anni dopo risuona l’eco perfetta delle parole di Marinetti: “Bisogna liberare il Paese dalla cancrena fetida dei professori, degli archeologi, degli antiquari, dei ciceroni, con la violenza incendiaria”.


Chi ha creduto a questa falsificazione strumentale della realtà e ha ubbidito alla musica incantatrice del populismo non si è accorto che il piffero magico conduceva il suo seguito fuori dal sistema, nel luogo zero della presunta purezza, l’altrove innocente perché incontaminato, avulso e alieno rispetto alle regole, alle convenzioni e alle credenze che governano la libera convivenza associata. Il populismo compie infatti il suo capolavoro di semplificazione totale quando disconnette il cittadino da ogni legame con la cosa pubblica, in modo che non gli resti altro che l’incandescenza della ribellione senza politica, anzi immediatamente antipolitica, creando un individuo estraneo a tutto: alla fine anche alla democrazia, dileggiata come il supremo inganno, la promessa fallace, la menzogna consolatoria. La scommessa democratica è così ridotta a una finzione finalmente smascherata, esausta per la lunga traversata della crisi, adatta soltanto per la redistribuzione della ricchezza negli anni del benessere, sopraffatta dalle promesse che ha scritto nelle sue Costituzioni ma che palesemente non riesce più a mantenere.

Brasile, anatomia di un tentato golpe


Incapace di raccontare se stessa, di convincere, e soprattutto di suscitare passioni, la democrazia va in minoranza, accompagnata in questo transito malinconico dalla realtà, che perde la sua funzione di testimonianza. Il reale non è più il punto di riferimento condiviso, l’accaduto non lascia ormai tracce, l’esperienza collettiva è infine dissolta: sterili politicamente, non produciamo più storia, perché rifiutiamo di leggerla. Nulla dura così a lungo da consolidarsi in un orientamento comune, da diventare cultura e tradizione. In questo vuoto la demagogia diventa ideologia legittimando le fake news e dilatandole fino a sostituire la realtà. Biden ha vinto le elezioni in America? Basta credere e far credere che il voto è truccato. Bolsonaro ha perso in Brasile contro Lula? Bisogna diffondere la falsa credenza di un algoritmo pirata che ha rovesciato nel buio dell’urna il responso popolare. La questione dirimente è esattamente questa, la contendibilità del potere: che garantisce non solo il gioco dell’alternanza, ma anche la piena agibilità del sistema politico da parte del cittadino-elettore, e quindi la sua libertà sovrana. Nulla è preterdeterminato, niente è per sempre, tutto può ribaltarsi nel suo contrario se così decidono le urne, o se il leader vincitore dissipa in una serie di errori il patrimonio di fiducia e di approvazione che ha saputo conquistarsi. La grandiosa scommessa del meccanismo democratico è proprio qui, nell’obbligo per chi ha vinto di rimettere continuamente tutto all’incanto nel gran mercato del consenso, sempre aperto, anche il giorno dopo le elezioni. Per questo il rifiuto dell’alternanza e la ripulsa del risultato elettorale sono un attacco al cuore stesso della democrazia.


Nonostante il suo gran lavoro e la sua capacità di interpretare la cifra dell’epoca, il populismo però non basta da solo per vincere la sfida con la democrazia. Il populismo è una forma, che ha bisogno di una sostanza, una forza che faccia deragliare la politica, spingendola a uscire dai binari del sistema su cui ha viaggiato per tutto il dopoguerra. Questa forza negli ultimi anni si è accumulata nel recipiente della destra estrema, dove si è via via raccolta una miscela esplosiva composta di autoritarismo, autocrazia, nazionalismo, sovranismo, dispotismo, filtrata diversamente dai vari Paesi. Il tratto comune è il rifiuto della regola vissuta come costrizione, il rigetto dei principi liberali delle nostre Costituzioni, il disconoscimento dello Stato di diritto. E di conseguenza, una diffidenza sempre più esplicita nei confronti della democrazia liberale, additata come una creatura del Novecento spaesata e devitalizzata nel secolo nuovo, ridotta a superstizione di sinistra, opzione culturale superata dai fatti, trasformata da concetto universale a semplice variante occidentale, minoritaria nel nuovo mondo. A questo punto perché stupirsi se il trumpismo funziona da modello e l’attacco alle istituzioni a Brasilia replica l’assalto di Washington? Faremmo meglio a stupirci della nostra capacità di assorbire, digerire e rimuovere in fretta questa eversione 2.0 consumata in diretta tv, dove tutto diventa spettacolo: per poi cambiare canale, senza nemmeno chiederci a chi toccherà dopo.
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