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Giorgia Meloni, una leadership e le sue incognite

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La Lega insisterà con l'autonomia, la sinistra si opporrà. E in mezzo la bandiera presidenzialista, utile per corroborare l'immagine della premier decisionista, rischia di dividere ancor più il Parlamento, anziché unirlo in nome del rinnovamento
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È legittimo e anzi doveroso che la presidente del Consiglio sia volata a Palermo per celebrare in prima persona l'arresto del grande latitante di mafia. È una vittoria dello Stato in tutte le sue articolazioni, come lo furono in passato la cattura di Riina e poi di Provenzano, e chi oggi guida l'esecutivo lo rivendica.

Peraltro il risvolto politico sottinteso nel viaggio è abbastanza chiaro: la lotta alla mafia non è una prerogativa della sinistra e, se ci sono delle zone d'ombra nella vicenda di Messina Denaro, la destra al governo non intende tirarsi indietro. È emblematica al riguardo la foto di Giorgia Meloni che rende omaggio alla lapide di Capaci. Vedremo come andrà.

Un secondo aspetto della giornata merita attenzione. Si conferma la tendenza della premier a puntare su se stessa, specie dopo i giorni grigi della polemica sulla benzina. Non c'è iattanza in tale atteggiamento, nel voler essere sempre in prima…

È legittimo e anzi doveroso che la presidente del Consiglio sia volata a Palermo per celebrare in prima persona l'arresto del grande latitante di mafia. È una vittoria dello Stato in tutte le sue articolazioni, come lo furono in passato la cattura di Riina e poi di Provenzano, e chi oggi guida l'esecutivo lo rivendica.

Peraltro il risvolto politico sottinteso nel viaggio è abbastanza chiaro: la lotta alla mafia non è una prerogativa della sinistra e, se ci sono delle zone d'ombra nella vicenda di Messina Denaro, la destra al governo non intende tirarsi indietro. È emblematica al riguardo la foto di Giorgia Meloni che rende omaggio alla lapide di Capaci. Vedremo come andrà.

Un secondo aspetto della giornata merita attenzione. Si conferma la tendenza della premier a puntare su se stessa, specie dopo i giorni grigi della polemica sulla benzina. Non c'è iattanza in tale atteggiamento, nel voler essere sempre in prima linea fino a evocare in modo enfatico Garibaldi ("qui si fa l'Italia o si muore"): semmai si avverte una sfiducia implicita verso una parte almeno dei suoi collaboratori, forse anche dei suoi ministri. E una sfiducia un po' più esplicita verso gli alleati, coloro che le mettono i bastoni fra le ruote.

Si dirà che un governo di coalizione esige un alto grado di mediazione quotidiana. Tuttavia sembra che a Palazzo Chigi non si voglia finire nelle sabbie mobili, facendosi trascinare a fondo da estenuanti trattative su singoli temi (se si deve cedere qualcosa, lo si fa verso l'Europa, come per la ratifica del Mes).

Meloni teme soprattutto di essere percepita come debole e perciò ama riflettere e poi decidere da sola. Sa che la sua vera forza sono i sondaggi d'opinione e per mantenerli positivi nonostante le difficoltà quotidiane serve dare un orizzonte al governo e in particolare alla sua leadership. La novità di ottobre - una donna alla guida - va alimentata attraverso un progetto di qualche ambizione, capace di tener vivo l'interesse collettivo.

La questione del "presidenzialismo", punto divisivo come pochi, serve esattamente allo scopo. Poi si tratta di modularla con sensibilità politica, ma è evidente che la bandiera non sarà ammainata. Piuttosto c'è da capire come si tradurrà in un cammino parlamentare. È il terreno su cui si può pensare a un compromesso alto con gli alleati, in questo caso con la Lega che vuole l'autonomia regionale. Ma è verosimile immaginare il rapido abbinamento di due riforme ancora nebulose?

Il presidente del Veneto, Zaia, ci crede poco. Anzi, ritiene una perdita di tempo aspettare i tempi lunghi del ddl costituzionale sui poteri del presidente, quando invece l'autonomia nella versione studiata da Calderoli può essere raggiunta entro un anno. Che ciò sia realistico o no, resta l'inquietudine della Lega: gli amministratori del Nord tengono molto al progetto autonomista e vedono che la premier non ha la stessa fretta.

In breve, lo scenario non è agevole per Giorgia Meloni: altro che accise sulla benzina... Da una parte la Lega insisterà con il disegno Calderoli, dall'altra la sinistra si opporrà in difesa dello status quo nel Mezzogiorno. E in mezzo la bandiera presidenzialista, utile per corroborare l'immagine della giovane leader decisionista, rischia di dividere ancor più il Parlamento, anziché unirlo in nome del rinnovamento.

L'argomento del centrosinistra, riassunto ad esempio da Pier Ferdinando Casini, è lineare: perché toccare il Quirinale che rappresenta un punto d'equilibrio apprezzato dagli italiani? I quali italiani, peraltro, quando sono sondati si dichiarano favorevoli a una leadership forte. Ed ecco che qualcuno (Renzi) pensa a un premier con maggiori poteri, magari un cancelliere alla tedesca.

Si avverte l'eco di polemiche antiche e irrisolte. Ma stavolta la discussione incrocia la realtà di un paese in cui maggioranza e opposizione per la prima volta da anni tendono a confrontarsi con asprezza. Non è più tempo di "solidarietà nazionale".