Matteo Messina Denaro, il manifesto di una vittoria
di Carlo Bonini , di Carlo BoniniL'immagine di Matteo Messina Denaro, infagottato in una giacca di montone bagnata dalla pioggia di Palermo, e stretto tra due militari del Ros dei carabinieri con il volto coperto da mephisto neri, è un manifesto consegnato al Paese. O, se si preferisce, il suo specchio. Nel bene. E nel male.
La cattura dell'ultimo degli stragisti di Cosa Nostra documenta infatti la straordinaria resilienza delle decine e decine di magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri, agenti di polizia penitenziaria che, per sei lunghi lustri, non hanno smesso un solo giorno di tirare ogni possibile filo che portasse all'uomo che il corleonese Totò Riina aveva indicato come suo delfino.
Certifica che l'invulnerabilità non è degli uomini, a maggior ragione se di "onore", e dunque confuta e incrina il presupposto necessario dell'egemonia mafiosa: la sua impunità di fronte alla forza dello Stato, delle sue istituzioni, dei suoi servitori (quel…
L'immagine di Matteo Messina Denaro, infagottato in una giacca di montone bagnata dalla pioggia di Palermo, e stretto tra due militari del Ros dei carabinieri con il volto coperto da mephisto neri, è un manifesto consegnato al Paese. O, se si preferisce, il suo specchio. Nel bene. E nel male.
La cattura dell'ultimo degli stragisti di Cosa Nostra documenta infatti la straordinaria resilienza delle decine e decine di magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri, agenti di polizia penitenziaria che, per sei lunghi lustri, non hanno smesso un solo giorno di tirare ogni possibile filo che portasse all'uomo che il corleonese Totò Riina aveva indicato come suo delfino.
Certifica che l'invulnerabilità non è degli uomini, a maggior ragione se di "onore", e dunque confuta e incrina il presupposto necessario dell'egemonia mafiosa: la sua impunità di fronte alla forza dello Stato, delle sue istituzioni, dei suoi servitori (quelli noti e quelli ignoti). Libera, nelle piazze di Palermo, come in quelle di Castelvetrano, patria del boss, la gioia e l'agibilità politica di chi, in Sicilia, non abbassa la testa e, soprattutto, non la volta altrove.
E, tuttavia, le buone notizie finiscono qui. Come ha ricordato il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia e, con lui, il suo predecessore e oggi procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, il luogo in cui Messina Denaro è stato alla fine catturato, la macchina immatricolata a Trapani con cui faceva la spola tra il suo mandamento e l'astanteria del reparto dove lottava contro le metastasi di un tumore al colon, le testimonianze che, oggi e solo oggi, lo raccontano in questi anni spesso avvistato nei comuni della valle del Belice, ci raccontano quanto Cosa Nostra e i suoi boss debbano a quello che Leonardo Sciascia raccontava mezzo secolo fa nel suo Contesto.
A quella borghesia mafiosa delle professioni e della rendita fondiaria, a quell'area grigia di connivenze consapevoli o peggio ancora distratte, di interessi economici, finanziari, politici che, da quando Cosa Nostra esiste, dell'organizzazione sono state insieme l'humus e lo scrigno.
Basterebbe del resto anche solo ricordare che Matteo Messina Denaro è cresciuto sui terreni della famiglia trapanese degli Staiti D'Alì e che nella loro banca siciliana (coinvolta in indagini di mafia per riciclaggio) avrebbe lavorato suo fratello Salvatore. Che Antonio D'Alì, senatore di Forza Italia fu voluto da Berlusconi sottosegretario all'Interno.
Che il boss è stato ed è capo mandamento di una città - Trapani - in cui Cosa Nostra ha costruito la sua crescita finanziaria e dove, nel tempo, si sono contate 16 logge massoniche. O che per trent'anni, come oggi è evidente dall'ultimo frame della sua latitanza, e come prima era stato per Totò Riina e Bernardo Provenzano, ha potuto godere di una rete di complicità, cointeressenze, convenienze che, prima ancora della paura, sono le colonne d'Ercole delle organizzazioni mafiose. Una rete capace di reggere, negli anni, il peso di almeno 100 arresti. Anche perché sorretta da indicibili complicità.
Le stesse che, come ebbe modo di raccontare a questo giornale la pm Teresa Principato, magistrato che ha dedicato parte della sua vita professionale alla caccia di Messina Denaro, ne avevano reso la cattura una chimera. "Ogni volta che eravamo vicini al latitante accadeva sempre qualcosa. C'erano spifferi, notizie, che in un modo o nell'altro trapelavano. Accadevano troppe cose strane intorno alla nostra indagine. La verità è che siamo di fronte a un grande latitante di mafia che ha un rapporto forte con la massoneria e la politica".
Di quale grana sia fatto il potere di ricatto che ha consentito per trent'anni a Messina Denaro di proteggere la sua latitanza lo hanno per altro raccontato anche i pentiti di mafia. È lui, infatti, che sarebbe il custode dell'archivio di Totò Riina fatto scomparire da Cosa Nostra subito dopo il suo arresto grazie alla mancata perquisizione del suo covo. Compreso, dunque, il famigerato "papello" contenente le richieste della mafia allo Stato per interrompere l'escalation stragista dei primi anni '90.
Il che lascia facilmente intendere quali nuovi scenari apra il suo arresto e a quale sfida di rigore e trasparenza sarà chiamata, da oggi, la classe politica di questo Paese. Non solo quella isolana.
Ebbene, i segnali arrivati nella giornata di ieri (lunedì 16 gennaio) non fanno ben sperare. La retorica, naturalmente sterilizzata da ogni complessità, memoria e implicazioni, con cui Giorgia Meloni ha trasformato un giorno importante della lotta alla mafia in un capitolo televisivo e social della propria narcisistica auto narrazione politica (la giovane donna che si affaccia alla vita pubblica sul cratere di Capaci e che, trent'anni dopo, raccoglie, sola al comando, "il testimone" di Falcone e Borsellino) danno purtroppo la misura, ancora una volta, della postura con cui questo governo maneggia la carne viva della nostra storia repubblicana recente e il suo incerto presente.
Mentre a Palermo un Procuratore della Repubblica, con sobrietà, circondato da altrettanto sobri ufficiali dell'Arma, ragionava delle implicazioni di questa importante vittoria nella lotta alla mafia, la presidente del Consiglio si abbandonava a un'interminabile sequela di dichiarazioni e interviste in cui, guarda caso, in un profluvio di aggettivi, petti in fuori, lettere maiuscole, mancava la sola notizia che il Paese attende.
La stessa che né Meloni, né la maggioranza che guida sono probabilmente in grado di dare. Se cioè l'arresto di Messina Denaro non sia un'ottima occasione per resettare lo spirito di vendetta con cui, in questi primi tre mesi, i falchi di Forza Italia e Lega si sono avventati sulla magistratura italiana, sui suoi strumenti di indagine e su una materia delicatissima come il processo penale e le riforme che merita. Sottraendole una volta per tutte all'insopportabile partigianeria o, peggio, strumentalità che, in questi trent'anni, le hanno avvelenate.