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Le parole perdute di Reagan

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Quando i repubblicani usciranno dalla sindrome fratricida è possibile che frenino Biden nella strategia militare filo Zelensky
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“Qualunque cosa la Storia dirà di me quando non ci sarò più, spero che ricordi che mi sono sempre appellato alle vostre migliori speranze, non le vostre peggiori paure, alla vostra fiducia, non ai vostri dubbi”: così, il 17 agosto del 1992, nell’intervento finale alla Convenzione repubblicana, prima che la malattia lo sfinisse, il presidente Ronald Reagan si rivolse ai militanti, scossi dal demagogo nazionalista Pat Buchanan. Tornasse fra i ranghi del Grand Old Party che rifondò, facendone il capofila dei conservatori, Reagan resterebbe basito per la discordia che, dopo un secolo, ha portato alle bocciature dello Speaker della Camera Kevin McCarthy, a lungo ostaggio dei parlamentari estremisti, all’elezione del deputato George Santos, arruffapopolo forse legato agli oligarchi di Putin, indietro fino alla marcia golpista sul Campidoglio 2021.
Reagan aveva coniato l’XI Comandamento “Non parlerai mai male di un repubb…

“Qualunque cosa la Storia dirà di me quando non ci sarò più, spero che ricordi che mi sono sempre appellato alle vostre migliori speranze, non le vostre peggiori paure, alla vostra fiducia, non ai vostri dubbi”: così, il 17 agosto del 1992, nell’intervento finale alla Convenzione repubblicana, prima che la malattia lo sfinisse, il presidente Ronald Reagan si rivolse ai militanti, scossi dal demagogo nazionalista Pat Buchanan. Tornasse fra i ranghi del Grand Old Party che rifondò, facendone il capofila dei conservatori, Reagan resterebbe basito per la discordia che, dopo un secolo, ha portato alle bocciature dello Speaker della Camera Kevin McCarthy, a lungo ostaggio dei parlamentari estremisti, all’elezione del deputato George Santos, arruffapopolo forse legato agli oligarchi di Putin, indietro fino alla marcia golpista sul Campidoglio 2021.
Reagan aveva coniato l’XI Comandamento “Non parlerai mai male di un repubblicano”, lo si immagina dunque sbigottito davanti alle minacce, le irrisioni, i ricatti reciproci che il web rilancia, instancabile. Né i democratici del presidente Joe Biden godono di maggior salute, il discreto risultato alle elezioni di Midterm, con la maggioranza difesa al Senato, subito appannato dai documenti segreti ritrovati nel garage di Biden, accanto alla Corvette vintage: quanto basta per scatenare l’ex presidente Donald Trump, a sua volta accusato di aver custodito dossier riservati nella villa di Mar a Lago.


Semplice pastone per cronisti di Washington se il mondo, come Maurizio Molinari ha scritto domenica, non attraversasse una crisi esistenziale, con i nemici della democrazia, dal presidente russo Putin al leader cinese Xi Jinping all’offensiva, in un’alleanza coordinata e aggressiva. Le forze internazionaliste hanno necessità di leader e partner altrettanto coesi, fra Stati Uniti ed Europa. Subito dopo la guerra in Ucraina, quasi un anno fa, è sembrato che, con le sanzioni a Mosca e il sostegno a Kiev, le democrazie riprendessero il cammino comune, rallentato dall’attacco unilaterale all’Iraq del presidente Bush figlio nel 2004. Il riarmo tedesco, con Berlino finalmente disposta a liberarsi dalla narcosi del gas russo imposto dal cancelliere Schroeder, la schietta solidarietà italiana, Svezia e Finlandia verso la Nato, hanno colto di sorpresa il Cremlino e reso più cauti i dirigenti cinesi, sotto choc per l’epidemia Covid.


Le misure di sostegno del Congresso Usa alla propria manifattura, vissute dall’Unione Europea come smacco protezionista cui reagire con adeguate contromosse possono guastare il clima. Non appena i repubblicani usciranno dalla sindrome fratricida è possibile che frenino Biden nella strategia militare filo Zelensky, mentre in Europa, voci filorusse, ben finanziate, seminano disaffezione fra i cittadini, stanchi di guerra e preoccupati per le bollette, mettendo i governi sul chi vive.
Spesso gli analisti di politica internazionale immaginano la diplomazia come sofisticata schermaglia tra cancellerie, remota dalla vita quotidiana della gente, che i “Grandi” disprezzano. La stagione che viviamo cancella questa visione, in realtà obsoleta almeno dal 1848, quando si diffuse la coscienza che l’autodeterminazione dei destini nazionali vale più dei congressi in feluca. Il malcontento popolare per un’economia che mette in sofferenza ceti medi e poveri induce governi e partiti malmostosi a scelte improvvide, vedi l’inutile ritardo italiano sul Mes. Ma i leader che, negli Usa come in Europa, dimenticheranno il monito di Reagan, appellandosi alle paure degli elettori, non alle loro speranze, prepareranno caos anche a se stessi. Chi difende la democrazia ha ancora tempo e spazio a disposizione, a patto di non cedere a debolezze o opportunismi corrivi: la nostra è stagione di valori forti.