Intercettazioni, non disarmare le indagini
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoIl potere dei vecchi padrini siciliani e le ambizioni dei nuovi boss cosmopoliti hanno le stesse radici, che affondano in una sterminata zona grigia popolata di imprenditori, professionisti, pubblici funzionari, politici collusi. Figure che con parole, opere e omissioni sono ormai protagonisti delle dinamiche criminali, pur senza essere affiliati alle cosche.
Quella che il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha chiamato "borghesia mafiosa" non è una novità: in Sicilia esiste da due secoli, ma ora si diffonde nel resto d'Italia e persino d'Europa. Sono i gattopardi che stanno permettendo la metamorfosi della criminalità organizzata e cambiano tutto perché nulla cambi. Agiscono secondo modelli che uniscono alla forza dell'intimidazione e al controllo delle piazze di spaccio la capacità di alimentare traffici internazionali, importando tonnellate di cocaina: sono glocal, con gli artigli piantati sul territorio e le menti rivo…
Il potere dei vecchi padrini siciliani e le ambizioni dei nuovi boss cosmopoliti hanno le stesse radici, che affondano in una sterminata zona grigia popolata di imprenditori, professionisti, pubblici funzionari, politici collusi. Figure che con parole, opere e omissioni sono ormai protagonisti delle dinamiche criminali, pur senza essere affiliati alle cosche.
Quella che il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha chiamato "borghesia mafiosa" non è una novità: in Sicilia esiste da due secoli, ma ora si diffonde nel resto d'Italia e persino d'Europa. Sono i gattopardi che stanno permettendo la metamorfosi della criminalità organizzata e cambiano tutto perché nulla cambi. Agiscono secondo modelli che uniscono alla forza dell'intimidazione e al controllo delle piazze di spaccio la capacità di alimentare traffici internazionali, importando tonnellate di cocaina: sono glocal, con gli artigli piantati sul territorio e le menti rivolte al mondo.
Tengono a freno le armi e hanno rivoluzionato il modo di operare: non terrorizzano ma si presentano come partner vantaggiosi ai capitani d'azienda a corto di capitali, ai candidati in cerca di voti e di fondi, agli investitori che chiedono scorciatoie nella giungla della burocrazia. I boss del terzo millennio offrono servizi molto convenienti e tanti si sono abituati a convivere con loro.
Ecco, bisogna tenere a mente questo scenario per entrare nell'ultimo dibattito sulle intercettazioni, nato dai piani del governo Meloni. "Sono assolutamente indispensabili nella lotta alla mafia, quello che va cambiato è l'abuso che se ne fa per reati minori", ha ribadito il guardasigilli Carlo Nordio, sintetizzando il mantra che anima i disegni di riforma di una destra in costante oscillazione tra garantismo e giustizialismo.
Il diavolo si nasconde nei dettagli e l'insidia è tutta nella definizione di quei "reati minori", tra i quali spesso nei discorsi della maggioranza vengono inclusi la corruzione o il traffico di influenze, un crimine che appare vago ma che coincide con i comportamenti del Qatargate che ha portato le tangenti nel Parlamento Ue.
Anzitutto, è aberrante considerare "minore" la corruzione: è un reato gravissimo, in assoluto e particolarmente nel momento in cui il futuro del Paese è affidato alla pioggia di miliardi del Pnrr, la tavola più ghiotta per chi è abituato a banchettare con i quattrini delle emergenze. E senza le intercettazioni, le indagini sulla corruzione diventeranno impossibili: sarà di fatto depenalizzata, perché le bustarelle non verranno mai scoperte.
Se poi entriamo nel merito della criminalità organizzata, allora bisogna aprire gli occhi sulla maglia di collusioni che permette a Cosa nostra, camorra e 'ndrangheta di prosperare. Matteo Messina Denaro è un mafioso patentato mentre la rete che lo ha protetto e ha portato avanti i suoi affari milionari era ed è composta di insospettabili: persone che con la riforma del governo Meloni non sarà più possibile intercettare.
Qualsiasi magistrato o investigatore con una minima esperienza sa che le mafie sono strutture invisibili e per metterle a nudo si ricorre a campanelli di allarme, chiamati "reati spia". Se per i boss all'antica, quelli che imponevano il pizzo per impadronirsi dei quartieri, i "reati spia" erano gli incendi e i danneggiamenti contro negozi e ristoranti, i padrini di oggi invece usano soprattutto la corruzione per inserirsi nei lavori pubblici e sfuggire ai controlli: non sparano, pagano.
È un dato consolidato in ogni inchiesta dell'ultimo ventennio: il contagio mafioso si allarga nella Penisola proliferando dove la società e le istituzioni hanno abbassato gli anticorpi, rassegnandosi alla pratica del malaffare.
Possibile che il governo Meloni ignori tutto questo? Di cosa ha paura? "La diffusione sulla stampa - ha dichiarato il ministro Nordio - di segreti individuali che non hanno a che fare con le indagini".
Il problema è fondato, perché i metodi di indagine hitech scaricano nei fascicoli processuali quantità colossali di dati personali. Si può però affrontare punendo gli abusi e introducendo meccanismi più rigorosi per la tutela della privacy, senza smantellare l'arma principale di contrasto alla criminalità organizzata. E aprire così i cantieri del Pnrr agli emissari delle mafie.