Con metodo opinabile, il presidente della Società Psicoanalitica Italiana (Spi) affronta un argomento delicatissimo, non organizzando un convegno, non avviando un dialogo con le diverse realtà cliniche, scientifiche e associative impegnate sul tema, bensì inviando, motu proprio, una lettera alla presidente del Consiglio esprimendo "grande preoccupazione". Il tema è l'impiego terapeutico di ormoni che sospendono la pubertà nelle adolescenze transgender. La lettera, che sintetizza in quattro punti un dibattito complesso, risulta inevitabilmente superficiale. Legittimo domandarsi se quel dibattito, che impegna gli addetti ai lavori e produce ricerche scientifiche sempre più numerose, sia effettivamente avviato dentro la Spi. Ci si aspetta interventi critici e prese di distanza di soci e candidati. Luca Bruno, psicoanalista Spi e membro della Commissione per gli studi sessuali e di genere dell'International Psychoanalytical Assoc…
Con metodo opinabile, il presidente della Società Psicoanalitica Italiana (Spi) affronta un argomento delicatissimo, non organizzando un convegno, non avviando un dialogo con le diverse realtà cliniche, scientifiche e associative impegnate sul tema, bensì inviando, motu proprio, una lettera alla presidente del Consiglio esprimendo "grande preoccupazione". Il tema è l'impiego terapeutico di ormoni che sospendono la pubertà nelle adolescenze transgender. La lettera, che sintetizza in quattro punti un dibattito complesso, risulta inevitabilmente superficiale. Legittimo domandarsi se quel dibattito, che impegna gli addetti ai lavori e produce ricerche scientifiche sempre più numerose, sia effettivamente avviato dentro la Spi. Ci si aspetta interventi critici e prese di distanza di soci e candidati. Luca Bruno, psicoanalista Spi e membro della Commissione per gli studi sessuali e di genere dell'International Psychoanalytical Association, commenta: "Non condivido l'iniziativa. Dovremmo confrontarci più accuratamente tra colleghi e con altri professionisti (endocrinologi, bioeticisti) e, come per tutte le questioni che coinvolgono così profondamente psiche e corpo, privilegiare la soggettività e l'unicità delle singole situazioni".
Il tema è uno: la "disforia di genere" in adolescenza, cioè la sofferenza psichica e sociale derivata da una condizione, variabile e sfaccettata, di incongruenza tra il sesso alla nascita e il genere sentito come proprio. Gli argomenti sollevati sono due: l'attendibilità di tale diagnosi durante l'adolescenza; e l'opportunità di affrontarla con la prescrizione di farmaci che sospendono lo sviluppo della pubertà, così che il soggetto non si trovi ad affrontare di colpo quei cambiamenti corporei, veloci e immodificabili, che tanta parte hanno nel produrre sofferenze psicologiche anche intollerabili. Su entrambi i punti (diagnosi e trattamento) esistono criteri e linee guida internazionali redatte dalle principali associazioni mediche e psicologiche. È evidente che i due temi sono di grande importanza clinica e al cuore dell'attività di molte colleghe e molti colleghi (anche appartenenti alla Spi).
La lettera da cui prendono spunto le mie brevi riflessioni rischia di generare allarme sociale e familiare. Allarme ingiustificato, perché non risulta che in Italia vengano somministrati bloccanti della pubertà come fossero caramelle. Se è vero che un numero crescente di persone giovani segnala il proprio disagio rispetto agli schemi di genere assegnati (e su questa realtà sono in corso tanti studi bio-psico-sociali), non è vero che l'espressione di tale disagio viene automaticamente tradotta in somministrazioni ormonali in attesa di interventi medico-chirurgici di riassegnazione sessuale. Quello che invece succede è che gli adolescenti e le adolescenti che segnalano il loro disagio di genere (a volte in modi diretti e fiduciosi, altre volte in termini indiretti e dolorosi), vengono incontrati da figure professionali (di area psicologica e medica) che cercano di ascoltare, capire e, nel caso, diagnosticare. La posizione prevalente, sacrosanta, è "aspettare e vedere", wait and watch. Anche perché, e per questo è importante la valutazione clinica, il disagio relativo al genere in adolescenza può essere segnale di complessità evolutive, familiari e relazionali, più ampie, ma meno appariscenti.
Se un appello va fatto, mi sembra più importante e responsabile quello per una formazione adeguata di tutte le categorie professionali (insegnanti, medici, psicologi, psicoterapeuti) che in modi diversi entrano in contatto con questo delicato e inatteso paesaggio del percorso evolutivo di alcune e alcuni adolescenti. La relazione terapeutica ha molto da dire e da dare in questo ambito, ma soprattutto ha molto da imparare dalle emozioni e dalle esperienze delle persone giovani direttamente interessate e delle loro famiglie. Che non hanno bisogno di allarmi e preoccupazioni, ma di ascolto, studio e discernimento nella complessità. Questa è psicoanalisi, il resto è fretta e ideologia.