✕

Pd, il funerale delle correnti

Ascolta l'audio

L'assemblea del Partito democratico ha sancito il fallimento della classe dirigente degli ultimi anni. Ma Enrico Letta ha anche dei meriti
2 minuti di lettura

L'Assemblea del Pd più che un momento per rilanciare un partito in crisi, è stato un funerale. Della segreteria di Enrico Letta. Ma anche della classe dirigente che lo ha affiancato in questi due anni e che ha di fatto gestito questa forza politica anche negli anni precedenti. Almeno dopo l'addio di Matteo Renzi.


Perché Letta ha delle gigantesche responsabilità nell'aver condotto i Democratici di fronte ad un abisso. Ma non è e non può essere solo colpa sua. Perché al di là delle devastanti scelte tattiche compiute negli ultimi mesi, le donne e gli uomini che hanno guidato il Pd hanno collettivamente fallito nell…

L'Assemblea del Pd più che un momento per rilanciare un partito in crisi, è stato un funerale. Della segreteria di Enrico Letta. Ma anche della classe dirigente che lo ha affiancato in questi due anni e che ha di fatto gestito questa forza politica anche negli anni precedenti. Almeno dopo l'addio di Matteo Renzi.


Perché Letta ha delle gigantesche responsabilità nell'aver condotto i Democratici di fronte ad un abisso. Ma non è e non può essere solo colpa sua. Perché al di là delle devastanti scelte tattiche compiute negli ultimi mesi, le donne e gli uomini che hanno guidato il Pd hanno collettivamente fallito nell'obiettivo principale: decidere e far capire a militanti ed elettori cosa fosse questa forza politica. Quale fosse la sua natura. Anzi, probabilmente solo con la segreteria di Walter Veltroni è stata definita e tutelata. Mettere insieme e amalgamare il meglio della tradizione postcomunista e la parte più sana del popolarismo. Dopo la sconfitta del 2008 tutto è stato invece ridotto ad una alternanza di leader dediti esclusivamente all'esercizio del potere. L'identità e la prospettiva progressista è stata sostanzialmente persa. Tutto si è sparso in quell'indistinto governista che gli elettori non apprezzano e non capiscono. Ancora adesso si lambiccano su un presunto Manifesto di valori che dovrebbe sostituire quello precedente per poi valutare che invece è meglio affiancarlo. Questioni ridicole, legate a sciocche battaglie tra correnti. E che eludono la domanda principale e la sue derivazioni: chi siete? Cosa può essere il Pd nel 2023? E perché avete perso rovinosamente le elezioni? Come riconquistare voti e fiducia nelle componenti più disagiate della popolazione?


Ecco, la prima responsabilità di Letta è proprio di non aver saputo rispondere almeno ai primi due quesiti. Certo, bisogna ammettere che non era un compito facile: ha ereditato due anni fa un partito di cui il suo predecessore, Nicola Zingaretti, "si vergognava". Ma resta quel nodo che un leader avrebbe dovuto sciogliere e non stringere. Un partito inconsapevole della sua essenza e per questo senza un'anima, senza un missione e senza una visione. Se, a tratti, qualche riflesso condizionato. È insomma mancata una riflessione sul ruolo di una moderna forza progressista. Nessun coinvolgimento di energie culturali esterne. Banali rincorse agli obiettivi che il momento presentava. Tanto da fare credere anche ai propri elettori che l'unica possibilità in campo fosse solo il sovranismo populista e nazionalista di questa destra becera e impreparata, reazionaria e famelica. O al massimo che ci potesse essere una riserva nel populismo demagogico e ingovernabile del Movimento 5Stelle. Anche il dibattito su un eventuale cambio di nome suggerisce quanto sia lontana la capacità di disegnare un partito progressista moderno e coevo, e quanta sia veloce la fuga verso soluzioni estetiche del tutto inefficaci. Il dibattito congressuale, peraltro, non sembra affatto concentrato su questi aspetti. Ecco il fallimento del segretario uscente - e della classe dirigente che lo ha accompagnato - è stato allora in primo luogo questo. Il secondo consiste in una campagna elettorale sgangherata. Tono e temi sbagliati. La perenne sensazione di aver già perso. La vocazione maggioritaria si è intristita e immiserita in una corsa solitaria con qualche alleato minore preso dalle convulsioni di una evidente vocazione minoritaria. E che poi si è pure rivelato infingardo e inaffidabile come ha dimostrato il caso Soumahoro.


Ha avuto anche dei meriti? Senza dubbio. Ha vinto la partita del Quirinale. Ha portato alla conferma di Sergio Mattarella che indubbiamente rappresenta la principale garanzia di tenuta democratica del Paese. È riuscito a prevalere in larga parte delle elezioni amministrative, a cominciare da quella di Roma. Ha sostenuto il governo Draghi che ha restituito onore e dignità in Europa ad un Paese che appariva in balia delle proprie endemiche debolezze. Ha tenuto unito il suo partito sulla difesa dell'Ucraina.


Ora si è caricato la croce della sconfitta. Ma il compito di un segretario politico non è solo questo. È definire la linea politica del suo partito e vincere le elezioni per governare. Su questi due obiettivi il fallimento è stato pieno. E se la prossima segreteria insisterà solo sull'unità della correnti e sulla mera gestione degli interessi, allora il Pd cadrà definitivamente nell'abisso di fronte al quale si trova ora. I candidati alla leadership appaiono più impegnati a litigare sulle regole delle primarie che non a costruire o individuare la natura del loro partito. Se non cambieranno rotta rapidamente, il funerale di ieri sarà anche il funerale di domani.