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La ricetta del contropresidenzialismo

Giorgia Meloni 
Le democrazie si reggono sulla separazioni dei poteri
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Le democrazie si reggono sulla separazione dei poteri. Che il potere arresti il potere, diceva il vecchio Montesquieu. Ma alle nostre latitudini quel principio è sempre stato debole, precario. Adesso sta svanendo come fumo nell’aria, benché i più non ci facciano caso. Effetto d’una miscela velenosa fra prepotenza (dell’esecutivo) e impotenza (delle opposizioni); e le seconde sono forse più colpevoli del primo.

Insomma, dalla separazione alla concentrazione del potere. Ne è prova, per esempio, lo spoils system. Costantemente praticato da governi di destra e di sinistra, per decapitare i vertici dell’amministrazione, sostituendoli con persone di fiducia. Ma il gabinetto Meloni ne ha fatto un uso, come dire?, particolarmente generoso. Ne va di mezzo l’imparzialità delle amministrazioni pubbliche, che è un valore costituzionale, protetto dall’articolo 97. E ne soffre inoltre la loro efficienza, come osse…

Le democrazie si reggono sulla separazione dei poteri. Che il potere arresti il potere, diceva il vecchio Montesquieu. Ma alle nostre latitudini quel principio è sempre stato debole, precario. Adesso sta svanendo come fumo nell’aria, benché i più non ci facciano caso. Effetto d’una miscela velenosa fra prepotenza (dell’esecutivo) e impotenza (delle opposizioni); e le seconde sono forse più colpevoli del primo.

Insomma, dalla separazione alla concentrazione del potere. Ne è prova, per esempio, lo spoils system. Costantemente praticato da governi di destra e di sinistra, per decapitare i vertici dell’amministrazione, sostituendoli con persone di fiducia. Ma il gabinetto Meloni ne ha fatto un uso, come dire?, particolarmente generoso. Ne va di mezzo l’imparzialità delle amministrazioni pubbliche, che è un valore costituzionale, protetto dall’articolo 97. E ne soffre inoltre la loro efficienza, come osserva Sabino Cassese. Per forza: se in luogo del più bravo tu scegli il più fedele, se alla selezione per concorso preferisci quella per consenso, i risultati saranno in ultimo più magri d’un grissino.

E c’è poi l’abuso dei decreti legge. Vecchio problema, pure questo. Ma di nuovo il gabinetto Meloni si segnala per avere abusato dell’abuso. Nei suoi primi tre mesi d’esistenza ne ha messi in pista 15 (e addirittura tre in un giorno solo: il 10 gennaio). Nella storia della Repubblica italiana è un record. Più di Draghi, che ne aveva licenziati 12; più di Renzi (10), più del quarto governo Berlusconi (9), più di tutti gli altri. Eppure la presidente del Consiglio, quando sedeva sui banchi dell’opposizione, tuonava come Giove. L’uso di un decreto legge per la riforma della Rai è un fatto «gravissimo», disse nel 2015 contro il governo Renzi. «Abbiamo ancora una Costituzione?», chiese nel 2020, contestando il decreto Rilancio del secondo governo Conte. Ma quando stai a palazzo Chigi devi decidere, senza tirarla troppo per le lunghe. E il decisionista, in Italia, è sempre un decretista.

Per quale ragione l’impennata dei decreti sovverte la separazione dei poteri? Perché espropria il potere legislativo delle sue specifiche funzioni, trasferendole al potere esecutivo. Perché paralizza il Parlamento, ingolfandolo di decreti da convertire in fretta e furia. Perché ne sequestra la volontà, attraverso la tenaglia dei maxiemendamenti e dei voti di fiducia. E perché infine non c’è argine che tenga, quando il fiume è in piena. Può alzarsi, talvolta, la voce del capo dello Stato (celebre lo stop di Napolitano al decreto Englaro, 2009); ma il presidente non è un re, non è il sovrano dell’attività legislativa. Dovrebbe alzarsi, sempre, la voce dell’opposizione. Tuttavia nella XIX legislatura l’opposizione è afona, silente. Il Pd è all’opposizione di se stesso; gli altri due partiti (Terzo Polo e 5 Stelle) s’oppongono l’uno contro l’altro.

Ecco, questo è un punto decisivo. Come ha scritto la Consulta (ordinanza n. 17 del 2019), il rapporto di fiducia crea un continuum fra governo e maggioranza parlamentare; diventano ambedue un unico corpo, anziché due corpi separati; e dunque la separazione dei poteri passa attraverso la «contrapposizione tra maggioranza e opposizione parlamentare». Che invece adesso manca, quantomeno sui temi delle istituzioni; sicché cade un elemento di freno e di controllo. Per rinvigorirlo, sarebbe utile introdurre uno statuto costituzionale dell’opposizione, come accade nel Regno Unito fin dal 1831, com’è avvenuto in Francia nel 2008, come prevedeva la riforma Renzi-Boschi nel 2016. Viceversa il nuovo esecutivo progetta una cura presidenzialista, benché per certi versi in Italia il presidente del Consiglio abbia più poteri del presidente americano (Biden non può scrivere le leggi, a differenza di Meloni).  Contropresidenzialismo, è questa la ricetta.