Rasmus Paludan è un populista provocatore senza seguito. Da anni organizza eventi in varie città della Scandinavia predicando l'espulsione di tutti i musulmani dalla regione e talvolta bruciando il Corano. Una dinamica spiacevole che i governi di Danimarca e Svezia vedono comprensibilmente di cattivo grado ma tollerano in nome della libertà di espressione, sollevate dal fatto che il tutto spesso si risolve in qualche tafferuglio tra la polizia e qualche dozzina di musulmani del luogo, visto che di seguaci Paludan ne ha ben pochi.
Ma l'ultima provocazione di Paludan - l'aver bruciato il Corano davanti all'ambasc…
Rasmus Paludan è un populista provocatore senza seguito. Da anni organizza eventi in varie città della Scandinavia predicando l'espulsione di tutti i musulmani dalla regione e talvolta bruciando il Corano. Una dinamica spiacevole che i governi di Danimarca e Svezia vedono comprensibilmente di cattivo grado ma tollerano in nome della libertà di espressione, sollevate dal fatto che il tutto spesso si risolve in qualche tafferuglio tra la polizia e qualche dozzina di musulmani del luogo, visto che di seguaci Paludan ne ha ben pochi.
Ma l'ultima provocazione di Paludan - l'aver bruciato il Corano davanti all'ambasciata turca a Stoccolma, con la promessa di ripetere l'exploit su base settimanale - sta prendendo una piega diversa e diventando un caso internazionale. Migliaia di manifestanti hanno protestato, spesso bruciando bandiere svedesi, davanti alle ambasciate svedesi di vari Paesi del Medio Oriente, e minacce di morte contro non solo Paludan ma contro tutti gli svedesi abbondano sul web, alcune provenienti da gruppi jihadisti.
Il Paese dove le proteste sono più forti e dove troviamo la chiave di lettura dell'intera vicenda è la Turchia. Da mesi, in fatti, il governo turco aveva ingaggiato quello svedese in un ricatto politico, apertamente dichiarando di voler dare il proprio necessario consenso all'accesso della Svezia alla Nato solo a condizione che il Paese scandinavo consegnasse ad Ankara decine di rifugiati politici, perlopiù curdi, che vivono in Svezia. Considerando l'entrata nell'Alleanza Atlantica una priorità assoluta per il Paese, il primo ministro Kristersson si è prodigato per accontentare i diktat di Erdogan, passando perfino un emendamento alla costituzione svedese che ampliava la definizione di gruppi terroristi in modo da includere vari gruppi curdi. Ma i tribunali svedesi e l'opinione pubblica hanno bloccato le espulsioni, infuriando Ankara. Ecco allora che il gesto di Paludan fornisce alla Turchia l'opportunità di intensificare la sua retorica anti-svedese e Erdogan ha dichiarato che "coloro che hanno causato tale scempio davanti alla nostra ambasciata non possono più aspettarsi alcuna benevolenza da parte nostra in merito alla loro richiesta di accessione". Una dinamica che permette a Erdogan di ergersi non solo a decisore di chi entra nella Nato, ma anche di paladino dell'onore dell'Islam, un ruolo che il presidente turco ama da sempre giocare ma che gli risulta particolarmente utile in fase elettorale (a maggio ci saranno le elezioni in Turchia).
Sono queste dinamiche che, mutatis mutandis, abbiamo visto da decenni. Non ogni gesto blasfemo provoca una reazione violenta nel mondo islamico, alcuni passano inosservati, altri diventano un casus belli per tumulti globali. La variabile che fa la differenza è l'intervento di attori che hanno un interesse a sfruttare l'evento per fini politici e la capacità di mobilitare masse. Quando nel settembre del 2015 il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblicò delle vignette che dileggiavano Maometto ne seguì solo una timida reazione nonostante ne fosse stata data notizia nel mondo islamico. Fu solo mesi dopo, allorché vari governi mediorientali ed il movimento dei Fratelli Musulmani decisero di manipolare il fatto per giochi politici interni, che la controversia divenne globale, con attacchi alle ambasciate danesi e decine di morti. Allo stesso modo, il furore contro Salman Rushdie divenne globale solo quando l'Ayatollah Khomeini emise la fatwa contro lo scrittore inglese per mostrarsi il massimo difensore dell'Islam.
La blasfemia è indubbiamente percepita come un'offesa maggiore in ambienti islamici che in Occidente, e il conflitto con la libertà di espressione è una questione ricorrente. Ma è sbagliato pensare che tutti i musulmani perdano il comprendonio allorché si pubblichi un'immagine del profeta. Quello che più spesso accade è che chi ha interesse politico a farlo manipola gli animi delle parti più conservatrici delle società e comunità islamiche. Nel fare ciò si alimenta spesso delle azioni di provocatori come Paludan, ingenerando un perverso meccanismo di mutuo soccorso estremista in cui le azioni dell'uno vanno a rinforzare gli odii e i pregiudizi degli altri in una simbiosi che può avere conseguenze quanto imprevedibili quanto pericolose. E così si arriva all'Ucraina che accusa Paludan di bruciare il Corano su indicazione del Cremlino.
Lorenzo Vidino è il direttore del Programma sull'Estremismo alla George Washington University.