Da almeno un quarto di secolo (da quando Fabio Fazio, nel 1999, portò all’Ariston come co-presentatore il premio Nobel per la medicina Dulbecco, e invitò Gorbaciov) Sanremo non è più una “rassegna di canzonette”, come buffamente si sente dire in questi giorni da quanti recriminano sull’annunciato collegamento con Zelensky. È un format forse unico al mondo, smisurato e follemente deforme (format deforme…), nel quale, in circa trenta ore di diretta, più l’indotto che tracima su tutte le reti Rai e non Rai, confluiscono quasi tutti gli ingredienti mediatici disponibili, meglio se emotivamente coinvolgenti, perché si sa quanto l’entertainment punti sulle emozioni. Anche perché trenta ore di sole “canzonette” (parola che non si sentiva pronunciare dai tempi di Nilla Pizzi) stroncherebbero anche il pubblico più votato al sacrificio.
Da almeno un quarto di secolo (da quando Fabio Fazio, nel 1999, portò all’Ariston come co-presentatore il premio Nobel per la medicina Dulbecco, e invitò Gorbaciov) Sanremo non è più una “rassegna di canzonette”, come buffamente si sente dire in questi giorni da quanti recriminano sull’annunciato collegamento con Zelensky. È un format forse unico al mondo, smisurato e follemente deforme (format deforme…), nel quale, in circa trenta ore di diretta, più l’indotto che tracima su tutte le reti Rai e non Rai, confluiscono quasi tutti gli ingredienti mediatici disponibili, meglio se emotivamente coinvolgenti, perché si sa quanto l’entertainment punti sulle emozioni. Anche perché trenta ore di sole “canzonette” (parola che non si sentiva pronunciare dai tempi di Nilla Pizzi) stroncherebbero anche il pubblico più votato al sacrificio.
Dunque la sola osservazione possibile, sul tema “Zelensky all’Ariston”, sarebbe rigettare il format in quanto tale, nonché la cultura pop in quanto tale. Mettere in discussione il gran mischione che abbiamo fatto, e nel quale viviamo a bagnomaria da un bel pezzo, tra i Cugini di Campagna e la guerra in Ucraina. Se fosse questo, il motivo del contendere, la polemica sarebbe lecita e soprattutto interessante: dobbiamo o non dobbiamo ristabilire degli ambiti, rilanciare il concetto stesso di “contesto”?
Ma il motivo del contendere non è questo. Se lo fosse, nessuno sarebbe così sciocco da parlare di un “festival di canzonette”. Il motivo del contendere è la presenza di Zelensky in quanto Zelensky. È la scoperta, molto tardiva e molto strumentale, che la politica e la guerra (anche la politica e la guerra) sono anche loro ingredienti di un grande show, materiali mediatici, armi di istruzione di massa più o meno efficaci, più o meno micidiali.
Zelensky, che prima di trovarsi costretto nel ruolo di capo di un popolo martire era stato uomo di spettacolo, queste armi le conosce bene, e le sa usare benissimo (molto meglio dei suoi arcaici invasori, ingrugniti nel loro muto fuorionda). È apparso a Venezia cinema, apparirà a Sanremo, si starà chiedendo se non sia il caso di fare una capatina, via Skype, anche alla finale di Champions League. Anche le tragedie sono confezionate, ai nostri tempi, tra uno spot pubblicitario e l’altro: queste sono le regole per farsi ascoltare e per farsi sentire. Va aggiunto che per avere il privilegio di esibirsi “senza contraddittorio”, come dicono i politici quando protestano perché non sono stati invitati, l’Ucraina ha già pagato il suo prezzo. Molto più caro di un abbonamento a tutte e cinque le serate. E perfino più caro di uno spot nell’orario di massimo ascolto.