Anarchici e il caso Cospito: vicini al punto di non ritorno
di Carlo Bonini , di Carlo BoniniGli attacchi alle nostre sedi diplomatiche di Barcellona e Berlino, il ripetitore dato alle fiamme sulla collina di Torino spingono la campagna dell’Internazionale anarchica per la revoca del regime carcerario di 41-bis del militante Alfredo Cospito verso un drammatico punto di non ritorno. Per evidenti ragioni: la natura terroristica degli attentati, che tale è e resta a dispetto della loro maggiore o minore “offensività”; il ricatto violento, e dunque irricevibile, che gli attacchi istituiscono nei confronti dello Stato. Chi dunque questa campagna ha orchestrato e sta conducendo deve sapere che non aiuterà in alcun modo né a indirizzare il destino di Cospito, né tantomeno a creare una cornice di serenità al giudizio con cui, il 7 marzo, la Cassazione si pronuncerà sia sulla legittimità del regime carcerario imposto al militante anarchico, sia sulla sua condanna all’ergastolo ostativo per gli attentati al…
Gli attacchi alle nostre sedi diplomatiche di Barcellona e Berlino, il ripetitore dato alle fiamme sulla collina di Torino spingono la campagna dell’Internazionale anarchica per la revoca del regime carcerario di 41-bis del militante Alfredo Cospito verso un drammatico punto di non ritorno. Per evidenti ragioni: la natura terroristica degli attentati, che tale è e resta a dispetto della loro maggiore o minore “offensività”; il ricatto violento, e dunque irricevibile, che gli attacchi istituiscono nei confronti dello Stato. Chi dunque questa campagna ha orchestrato e sta conducendo deve sapere che non aiuterà in alcun modo né a indirizzare il destino di Cospito, né tantomeno a creare una cornice di serenità al giudizio con cui, il 7 marzo, la Cassazione si pronuncerà sia sulla legittimità del regime carcerario imposto al militante anarchico, sia sulla sua condanna all’ergastolo ostativo per gli attentati alla scuola allievi carabinieri di Fossano nel 2006. A meno che lo scopo della campagna prescinda dalla sorte di Cospito e, con cinismo, non scommetta piuttosto sul dividendo politico garantito al movimento anarchico dalla trasformazione di quest’uomo di 55 anni, che da 101 giorni è in sciopero della fame, in martire. Resuscitando così inaspettatamente una lotta che, dopo gli anni delle violenze No-Tav, si era di fatto ibernata. Quantomeno nelle sue manifestazioni violente.
Detto questo, la magistratura italiana e, per quel che gli compete, il ministro di Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, nell’affrontare il caso Cospito, hanno il dovere, come giustamente ha scritto su questo giornale Luigi Manconi, di liberarsi da ogni ipoteca emotiva e rispondere alla violenza con la sola arma di cui uno Stato democratico dispone: la forza del diritto e delle sue garanzie. La sola in grado di non farlo somigliare ai suoi nemici. Alfredo Cospito è in condizioni di salute gravemente segnate dal digiuno e il suo immediato trasferimento in una struttura sanitaria in attesa della pronuncia della Cassazione risponderebbe a un elementare rispetto dei diritti umani. Sarebbe stato opportuno farlo già nelle scorse settimane e certo non può diventare “ostativa” la campagna violenta delle ultime ventiquattro ore. Anzi, disinnescandola, se ne potrebbe persino mostrare la natura strumentale. Insomma, il ministro Nordio converrà che, non potendo intervenire sul regime di 41-bis (il potere del ministro di revocare la misura è stato abrogato nel 2009 ed è oggi riservato solo a una pronuncia giurisdizionale), può certamente, attraverso il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, evitare che si trasformi in vendetta o, peggio, in abuso. Se è vero, come ripete, che ha a cuore una giustizia penale mite e il rispetto del dettato costituzionale, questo è un banco di prova.
Diverso e di merito sarà invece il giudizio che la Cassazione sarà chiamata a dare sul tipo di regime detentivo cui destinare Cospito. E, anche in questo caso, siamo certi che i giudici di legittimità saranno in grado di recuperare la serenità che sembra essere sin qui mancata sia nell’interpretazione dei presupposti dell’articolo 41-bis e della sua applicazione, così come in quelli dell’ergastolo ostativo cui Cospito è stato condannato in secondo grado. Ritenere infatti che inviare lettere ai militanti fuori dal carcere destinate al “dibattito pubblico”, per giunta attraverso posta censurata e con destinataria un’organizzazione anarchica per sua natura orizzontale e dunque priva di capi, dimostri l’esistenza di un legame “segreto” e “operativo” con l’organizzazione di cui Cospito è stato militante tali da meritare il 41-bis, o che conservare in cella le fotografie dei propri genitori scomparsi violi i protocolli di sicurezza e isolamento di un detenuto, fanno infatti a pugni con l’interpretazione di questa disciplina carceraria per sua natura eccezionale, con il rispetto del dettato costituzionale e con la funzione della pena. E questo uno Stato democratico non può permetterselo. Anche e a maggior ragione con chi ha utilizzato o utilizza lo strumento della violenza terroristica.