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L'autonomia differenziata e i rischi di un Paese sempre più diviso

Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le autonomie 
L'unità d'Italia è di nuovo una questione aperta, dopo 160 anni. A vecchie linee di frattura se ne sono aggiunte di recenti
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L'Italia è troppo divisa; e se, a causa di uno sviluppo disomogeneo e poco pensato politicamente, ciascuno sembra voler andare per la sua strada (oppure non avere proprio una strada in cui andare), allora l'unità d'Italia è di nuovo una questione aperta, dopo 160 anni. Da tempo a vecchie linee di frattura se ne sono aggiunte di nuove: concentrazioni di efficienza e di ricchezza, a forte proiezione internazionale, convivono nel nostro Paese con aree di crescente povertà ed emarginazione.

Di questo problema politico di prim'ordine si può prendere atto solo per lasciarlo insoluto, e per aggravarlo: ad esempio, si può ipotizzare (con gabbie salariali e interventi di capitali privati) di creare scuole (e corpi insegnanti) locali, così spezzando quella pubblica istruzione a cui storicamente era stata affidata la formazione continuativa dell'unità nazionale.

E sulla stessa linea si può disegnare un'a…

L'Italia è troppo divisa; e se, a causa di uno sviluppo disomogeneo e poco pensato politicamente, ciascuno sembra voler andare per la sua strada (oppure non avere proprio una strada in cui andare), allora l'unità d'Italia è di nuovo una questione aperta, dopo 160 anni. Da tempo a vecchie linee di frattura se ne sono aggiunte di nuove: concentrazioni di efficienza e di ricchezza, a forte proiezione internazionale, convivono nel nostro Paese con aree di crescente povertà ed emarginazione.

Di questo problema politico di prim'ordine si può prendere atto solo per lasciarlo insoluto, e per aggravarlo: ad esempio, si può ipotizzare (con gabbie salariali e interventi di capitali privati) di creare scuole (e corpi insegnanti) locali, così spezzando quella pubblica istruzione a cui storicamente era stata affidata la formazione continuativa dell'unità nazionale.

E sulla stessa linea si può disegnare un'autonomia regionale differenziata, che, come la riforma Calderoli che entrerà giovedì 2 febbraio in Consiglio dei ministri, sembra andare in direzione contraria rispetto alla tradizione politica e amministrativa della destra, ed essere pensata non per correggere ma per acuire le diseguaglianze del Paese.

La riforma prevede un'intesa fra governo e Regioni stipulanti, seguita da un passaggio nella conferenza unificata Stato-Regioni, e da un'ultima parola, di mera ratifica, delle Camere (ma se queste ritardano, subentra una delibera del Cdm).

Quanto al merito, vi è un elenco di materie concorrenti assai eterogeneo - tra cui la sanità (mentre la scuola è oggetto delle mire di alcuni governatori del Nord); soprattutto, non viene sciolto il nodo delle risorse.

Si ipotizza l'uscita dalla spesa storica e il passaggio ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni), definiti attraverso decreti della presidenza del Consiglio dei ministri; ma si mette in chiaro che la riforma non dovrà comportare aggravi di spesa per le casse pubbliche.

Insomma, l'autonomia istituzionale precede un minimo di riequilibrio materiale, col rischio che le diseguaglianze del Paese ne escano rafforzate, in una sorta di liberismo istituzionale in cui ciascuno corre per sé e compete con gli altri; e che la dimensione unitaria e nazionale del sistema-Paese vada perduta, fra egoismi, illusioni nordiste di sganciamento da presunti "pesi morti", e rivendicazioni e rancori vetero-meridionalistici.

Le opposizioni battono appunto su questi pericoli: Landini vede nella riforma la minaccia ai contratti nazionali, e una parcellizzazione ulteriore del mondo del lavoro; i Cinquestelle sono contrarissimi perché paventano una penalizzazione del Sud, loro serbatoio di voti; il Pd è incerto, dopo che l'Emilia ha ritirato il suo appoggio iniziale alla riforma, giudicandola ora troppo divisiva.

Anche all'interno della maggioranza ci sono problemi: l'autonomia differenziata è fortemente voluta dalla Lega, che vuole segnare almeno questo punto in vista delle elezioni del 12 febbraio, ma suscita perplessità in FdI, molto presente nel Sud - non a caso la presidente Meloni ha ribadito che il governo vuole unire l'Italia, e non dividerla; e che una riforma di questo tipo richiede prudenza - .

Quindi, un'altra linea di tensione, se non di frattura, fra Lega e partito del presidente del Consiglio, che ancora una volta dovrà destreggiarsi tra interessi opposti, potenzialmente confliggenti. E dovrà evitare la tentazione di bilanciare una frettolosa autonomia differenziata con una nebulosa riforma presidenzialistica, che aggiungerebbe problemi di equilibri costituzionali a problemi di equilibri economico-regionali, indebolendo il Paese.

La verità è che queste due riforme non hanno, probabilmente, il tasso di urgenza che a esse conferisce la destra; e che obbediscono più a preoccupazioni simbolico-identitarie dei partiti di governo che non a interessi nazionali.

In ogni caso, data la loro delicatezza, si tratta di riforme che vanno delibate nell'unico luogo in cui le ragioni della molteplicità e dell'unità, delle autonomie e delle uguaglianze, possono stare insieme: il Parlamento, che in questi temi deve avere la precedenza sul governo. E invece proprio le Camere sono, finora, le grandi assenti, mentre la loro centralità è, mai come ora, indispensabile, a conservare - e migliorare - l'unità dell'Italia.