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Pd, la stagione del pessimismo

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Meglio guardare dietro le quinte, lontano dal palcoscenico delle modeste primarie. Lì qualcosa si muove
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Ci si avvicina al giorno delle primarie del Pd e la discussione resta vaga, nessuna idea forte è sul tavolo. Quale sia la fatidica identità che il centro-sinistra saprà darsi al termine del suo accidentato percorso, rimane un mistero. In fondo anche i cento giorni di Giorgia Meloni rappresentavano un'opportunità per definire meglio temi e prospettive del partito d'opposizione, ma non sembra che l'occasione sia stata colta.

È facile dire come Gino Bartali: "È tutto sbagliato, tutto da rifare". Più complicato è incunearsi nelle zone d'ombra e nelle contraddizioni della maggioranza di destra-centro al fine di restituire vigore a un Pd che voglia ritrovare un'egemonia a sinistra e un rapporto con la società.

C'è chi ritiene che la storia sia ormai finita, che sia troppo tardi per ricostruire il vecchio edificio. Colpisce che Ugo Sposetti, uomo dalle salde radici politiche, a suo tempo…

Ci si avvicina al giorno delle primarie del Pd e la discussione resta vaga, nessuna idea forte è sul tavolo. Quale sia la fatidica identità che il centro-sinistra saprà darsi al termine del suo accidentato percorso, rimane un mistero. In fondo anche i cento giorni di Giorgia Meloni rappresentavano un'opportunità per definire meglio temi e prospettive del partito d'opposizione, ma non sembra che l'occasione sia stata colta.

È facile dire come Gino Bartali: "È tutto sbagliato, tutto da rifare". Più complicato è incunearsi nelle zone d'ombra e nelle contraddizioni della maggioranza di destra-centro al fine di restituire vigore a un Pd che voglia ritrovare un'egemonia a sinistra e un rapporto con la società.

C'è chi ritiene che la storia sia ormai finita, che sia troppo tardi per ricostruire il vecchio edificio. Colpisce che Ugo Sposetti, uomo dalle salde radici politiche, a suo tempo tesoriere dei Democratici di Sinistra, il partito post-comunista poi dissolto nel Pd, si esprima a favore di Elly Schlein. La sua tesi, esposta a L'Espresso, è che a questo punto è meglio ripartire da zero, come nella canzone di Edith Piaf.

Bonaccini - ecco all'incirca il suo argomento e probabilmente di chi ha vissuto l'ultima fase della vicenda del Pd - finirebbe per prolungare l'agonia, non riuscendo a gestire una serie di pressioni divergenti e finendo a garantire un'area di potere sempre più ristretta.

È un'opinione aspra, persino drammatica (l'ha condivisa Zingaretti), ma dovrebbe servire almeno ad agitare la superficie dello stagno. Invece il dibattito tra i candidati continua a svilupparsi in modo abbastanza convenzionale, non privo di infortuni persino grotteschi: come il caso dell'ex iena televisiva, il "grillino" Dino Giarrusso, che ha annunciato il suo ingresso nel Pd. Ma non si capisce chi lo ha autorizzato e chi ha preparato l'operazione. Una commedia degli equivoci meno divertente di quelle di Goldoni.

Meglio guardare dietro le quinte, lontano dal palcoscenico delle modeste primarie. Lì qualcosa si muove, a patto di ammettere che si parla di un centro-sinistra post-Pd, destinato a essere molto diverso dall'attuale formazione. Anzi, non di un solo movimento si tratterebbe, ma di due o tre opzioni. Tutte oltre gli attuali assetti.

La prima e più significativa è quella descritta in modo dettagliato su Domani da Daniela Preziosi: un movimento cristiano-sindacale sul "modello Lula", il presidente brasiliano che ha battuto Bolsonaro.

Una "santa alleanza" dalla comunità di Sant'Egidio a Landini, dal cardinale Zuppi, presidente della Cei, a segmenti di "Art.1", con i 5S di Conte per ora tenuti a bada: il tutto sotto l'occhio molto benevolo di papa Francesco.

È chiaro che una prospettiva del genere, al di là delle sue caratteristiche latino-americane, soprattutto nei riflessi populisti, segnerebbe una novità clamorosa nella storia della sinistra. A maggior ragione potrebbe prendere corpo con qualche verosimiglianza se venisse azzerato il Pd insieme ai suoi rituali un po' logori.

Ma c'è dell'altro. Il Pd è stato anche un tentativo riformista. Che ne è di quella suggestione? Sembra dispersa, ma in realtà i suoi esponenti sono sconfitti, non scomparsi. Discutono sui giornali e propongono la loro testimonianza in attesa di tempi migliori. Di certo la "santa alleanza" non li seduce.

È il caso di Nicola Rossi, che sul Foglio invita a criticare il governo senza presentarlo in forma caricaturale come fosse un fallimento permanente: sbagliare l'analisi è un lusso che la sinistra non può permettersi.

E poi ci sono Enrico Morando e Biagio De Giovanni, intellettuali che ammoniscono (sul Dubbio) a non abbandonare il ramo liberal-democratico che va invece rafforzato perché lì sono le riforme che servono all'Italia, a cominciare dal garantismo. Modi assai differenti di rispondere al vuoto attuale.