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Donne e diritti, la metà di niente

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il World Economic Forum nel Rapporto globale sul Divario di genere segnala che l’Italia è al numero 110 su 146 Paesi (ed ultima in Europa). Serve un cambio di mentalità
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Leggendo le cronache contemporanee pare che le donne, in Italia, tranne poche eccezioni, non riescano a fare bene praticamente nulla: pur essendo noi più di metà della popolazione, rimaniamo la metà di niente. È una prospettiva triste e scoraggiante, che chiede di essere cambiata.
Che studino, lavorino, stiano a casa, governino, facciano sport, siano artiste, abbiano o non abbiano partner, figli e figlie, gli stereotipi e i pregiudizi così come le aspettative sociali e il "dover essere" tormentano implacabilmente le donne.


Sia il discorso pubblico che le conversazioni quotidiane (anche via social) ci descrivono quasi sempre come inadeguate, "fuori posto", "non …

Leggendo le cronache contemporanee pare che le donne, in Italia, tranne poche eccezioni, non riescano a fare bene praticamente nulla: pur essendo noi più di metà della popolazione, rimaniamo la metà di niente. È una prospettiva triste e scoraggiante, che chiede di essere cambiata.
Che studino, lavorino, stiano a casa, governino, facciano sport, siano artiste, abbiano o non abbiano partner, figli e figlie, gli stereotipi e i pregiudizi così come le aspettative sociali e il "dover essere" tormentano implacabilmente le donne.


Sia il discorso pubblico che le conversazioni quotidiane (anche via social) ci descrivono quasi sempre come inadeguate, "fuori posto", "non abbastanza": penso alle reazioni scomposte - compresa la colpevolizzazione - verso la neomadre lasciata sola nell'impossibilità di accudire il suo bambino, alla premier neozelandese, di cui si sottolineano le lacrime e non la responsabilità istituzionale con cui ha deciso di lasciare anticipatamente l'incarico, infine all'avvocata uccisa dall'ex davanti al ristorante, di cui ci si chiede perché abbia accettato di incontrarlo ancora una volta (come se non conoscessimo la risposta).


Osservata più da vicino, questa presunta inadeguatezza ci dice invece che nel mondo del lavoro, per fare un esempio, le donne cercano da sempre modi per esprimere identità e competenze, ed insieme trovare autonomia, economica e non solo. Ma per farlo devono inventarsi da sole, ogni volta, la conciliazione (che altrimenti non esiste): e vedremo quanto lo smart working, spesso inseguito come ennesimo tentativo di conciliare i tempi di vita, supporterà davvero le carriere femminili.


Del resto sappiamo da tempo che anche se le storie individuali paiano tutte diverse, il fattore accomunante è facilmente riconoscibile: ancora ad oggi l'appartenenza al genere femminile funziona da svantaggio sistematico (e figuriamoci quando oltre all'appartenenza di genere si considerano l'etnia, l'età, l'orientamento etc.).

Che tutto questo non sia mero vittimismo al femminile lo dimostrano, tra gli altri, la Convenzione 190 e la Raccomandazione 206 dell'International Labour Organization (ratificata dall'Italia nel 2021), finalizzate all'eliminazione della violenza e delle molestie nei luoghi di lavoro. Partendo dai dati, la Convenzione individua nell'appartenenza di genere uno dei principali fattori di rischio per le donne nelle organizzazioni: del resto è facile ricordare le tirocinanti molestate e stuprate in ospedale, le ginnaste vessate ed umiliate, le attrici che invece di concentrarsi sul provino devono difendersi da richieste oscene. Oltre alla violenza domestica e ai femminicidi, anche i luoghi di lavoro sono ad oggi riconosciuti come contesti a rischio per le donne.


Nella medesima direzione delle Convenzione Ilo, che tenta di arginare una discriminazione sistemica promuovendo invece l'equità tra i generi, sembrano andare anche altre azioni: la Strategia europea sulla Parità di genere '20-'25, un pezzetto residuale di Pnrr, la legge Gribaudo sulla Parità retributiva e la Certificazione di Parità, il Piano strategico nazionale sulla violenza contro le donne, l'Obiettivo 5 di Europa 2030.
Si tratta però di misure ancora inefficaci e poco applicate - tanto per cambiare! - : come ci ricorda anche il World Economic Forum, nel Rapporto globale sul Divario di genere, segnalando che l'Italia è attualmente al numero 110 su 146 Paesi (ed ultima in Europa).


Sono invece fondamentali misure sistemiche che non lascerebbero le donne da sole. E attenuerebbero progressivamente anche quel paternalismo, messo in atto da uomini ma anche da donne, che della presunta fragilità ed inadeguatezza delle donne si alimenta. Aiuterebbero infatti a ricostruire i legami sociali, a chiedere alla politica promozione e tutele, a smettere di pensare che io debba trovare da sola le soluzioni per cavarmela. Non possiamo davvero più permetterci di ignorare il peso delle diseguaglianze, a cominciare dai generi.