Commenti

Lavoro, strage permanente

undefined

2 minuti di lettura

L'Inail parla di "deciso aumento" degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali del 2022: quasi 700.000 feriti (+25,7%), 1090 morti, 60.774 malattie professionali (+9,9% rispetto al 2021 e + 35% rispetto al 2020). I morti minori di 39 anni sono aumentati da 153 a 196 e quelli con meno di 20 anni sono più che raddoppiati. Dati veri, ma non è tutto il vero: mancano gli incidenti che coinvolgono forze dell'ordine, forze armate, vigili del fuoco, e il "numero oscuro" degli incidenti, quelli non denunciati per nascondere un lavoro nero o per paura di perdere un lavoro precario. Ai 700 mila feriti che perdono la vista, un arto o che rimangono in carrozzina, corrispondono ogni anno milioni di coniugi, figli, genitori, colleghi la cui vita affettiva e sociale è stravolta. Una strage permanente del lavoro che ferisce e uccide più di prima: la media di un morto ogni otto ore e di un ferito al minuto è divenuta una costante, con un ossimoro provocatorio potrebbe dirsi "un'emergenza strutturale" inaccettabile in una democrazia fondata sul lavoro, dove ogni lesione sul lavoro è una ferita della democrazia.


Ma non limitiamoci a dire riduttivamente che si muore per il profitto, perché il lavoro uccide e ferisce anche per l'inerzia e la negligenza dello Stato, perché manca il coraggio di fare scelte politiche per il diritto di tornare a casa. Sul piano macroeconomico, l'insicurezza grava fino al 6% del Pil. Il Parlamento appena un anno fa ha riformato l'art. 41, comma 2, della Costituzione aggiungendo ai limiti della libertà economica anche il rispetto dell'ambiente e della salute, oltre che della dignità umana, libertà e sicurezza; ma a dicembre 2022, nella prima legge di stabilità successiva alla riforma costituzionale nemmeno un comma si occupa del rapporto salute-sicurezza-impresa.


La ministra Calderone il 25 novembre scorso davanti al Capo dello Stato ha anticipato una "semplificazione" del Testo unico sulla sicurezza del lavoro, parola magica da sempre caldeggiata da chi vuole alleggerire se non liberarsi degli obblighi di sicurezza senza renderli effettivi ed efficienti, accontentare i consulenti, ma non salvare i lavoratori. Le norme ci sono, bisogna applicarle: dopo 15 anni mancano ancora oltre venti decreti attuativi del ministro del Lavoro ma di questo non v'è traccia. Non si cade da un ponteggio, non crolla una gru, non si viene maciullati da un orditoio perché in un cassetto vi sono troppe carte sulla sicurezza ma perché a quelle carte non corrispondono la realtà, il processo produttivo, la formazione vera. E per verificare questo ci vogliono controlli e controllori, che seguano un'unica programmazione strategica in modo indipendente da orientamenti e regie collaterali.


In Italia abbiamo oltre dieci organi di vigilanza ma i principali sono i dipartimenti delle Asl i cui ranghi sono ridotti all'osso creando una deficienza strutturale dei controlli e soprattutto una sperequazione tra le varie regioni che non hanno mai avuto le medesime politiche e sensibilità: esistono anche un Nord e un Sud della sicurezza e sarebbe interessante - se le regioni fornissero questi dati - tracciare il rapporto tra numero di ispettori Asl e incidenti sul lavoro in ciascuna regione.


V'è poi l'Agenzia unica per le ispezioni del lavoro, Ispettorato Nazionale del lavoro, che nel 2022 ha rafforzato i propri ranghi del 65% per cento, aumentando per esempio gli ispettori tecnici del 700%, per realizzare l'ambiziosa prerogativa prevista dal 2015 di accorpare e coordinare le funzioni di vigilanza di Inl, Inps e Inail, per fare controlli incrociati e per evitare duplicazioni e sovrapposizioni. Ma questo sembra ora rimesso in discussione dall'idea esposta in varie sedi di accorpare l'Ispettorato al ministero del Lavoro, così sciogliendo l'Agenzia. Si tratta di una scelta di cui si sconosce la valutazione di efficienza ed effettività dei controlli e che piuttosto fa perdere l'autonomia tipica di un'agenzia per riportare i controlli sotto il dominio del ministero e quindi dell'inquilino di turno. "Ministerializzare" i controlli significa depotenziarli e assumersi la responsabilità politica della programmazione della vigilanza, o meglio, su chi vigilare per "non disturbare il manovratore".

 

L'autore è magistrato di Cassazione ed ex direttore dell'Ispettorato nazionale del lavoro. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con Repubblica

I commenti dei lettori