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Energia e Pnrr, il piano di Meloni

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La premier ha bisogno dei fondi e dell'aiuto Ue per fondi e sostegni alle imprese. Ecco perché alla retorica sostituisce la pragmatica
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Al netto della solita glassa retorica che evoca anche in campo energetico una "sovranità" di fatto impossibile, la cautela con la quale Giorgia Meloni si sta muovendo nei confronti di Bruxelles per la partita dei fondi europei indica una capacità pragmatica che contrasta e supera molte dichiarazioni roboanti che dell'Europa - a parole - facevano strame. Ed è una buona notizia.
La cabina di regia avviata ieri per il RepowerEu, ossia il piano di fondi europei per la transizione energetica - che punta a far diventare i 2,7 miliardi a fondo perduto che Bruxelles dà all'Italia quasi il quadruplo, anche attraverso la revisione di alcune voci del Pnrr - non annuncia strappi traumatici con la Commissione.

Al netto della solita glassa retorica che evoca anche in campo energetico una "sovranità" di fatto impossibile, la cautela con la quale Giorgia Meloni si sta muovendo nei confronti di Bruxelles per la partita dei fondi europei indica una capacità pragmatica che contrasta e supera molte dichiarazioni roboanti che dell'Europa - a parole - facevano strame. Ed è una buona notizia.
La cabina di regia avviata ieri per il RepowerEu, ossia il piano di fondi europei per la transizione energetica - che punta a far diventare i 2,7 miliardi a fondo perduto che Bruxelles dà all'Italia quasi il quadruplo, anche attraverso la revisione di alcune voci del Pnrr - non annuncia strappi traumatici con la Commissione.


Anzi, promette di andare incontro alla richiesta espressa ieri dal titolare europeo dell'Economia, Paolo Gentiloni, agli Stati membri, di "presentare rapidamente le loro modifiche ai Pnrr nazionali in un unico atto" per rendere "più veloce l'implementazione".
Del resto, la partita dell'energia, declinata attraverso la diversificazione delle fonti, il progressivo distacco dai Paesi produttori a maggior rischio di instabilità politica, l'evoluzione delle fonti rinnovabili e le misure tese al risparmio, ha un duplice valore. Il primo è strategico, ovviamente, perché nel medio-lungo periodo, e in attesa di una decarbonizzazione che adesso sembra più lontana di un anno fa, lo scenario geopolitico è diventato tale che la tradizionale dipendenza europea dalla Russia è improponibile. Il secondo aspetto da considerare nello spostamento di risorse del Pnrr sul RepowerEu è invece di natura tattica e interna: il tema del caro-energia - come già il governo ha avuto modo di sperimentare quando ha deciso di annullare la riduzione delle aliquote sui carburanti - può essere davvero esplosivo per un elettorato già piegato dalle difficoltà della pandemia e che adesso deve affrontare un'inflazione in crescita e i rialzi dei tassi. Dunque, investire sul RepowerEu è anche in una qualche misura una comprensibile misura di autotutela del governo e della sua maggioranza.


Nella scelta e soprattutto nell'implementazione della strategia energetica del Paese c'è anche un corollario interessante per quello che accadrà nei prossimi mesi nelle grandi partecipate pubbliche. Se il governo cammina, come è ovvio che sia, sulle spalle delle società nazionali del settore per creare capacità produttiva e di importazioni, la guida di questi gruppi diventa ancora più importante e un eventuale ricambio ai loro vertici potrà dipendere anche da quanto i capi azienda faranno o non faranno da qui alle assemblee per il loro rinnovo. Per ora è chiarissimo che la strategia del governo pantografa quella disegnata dall'Eni e dal suo amministratore delegato Claudio Descalzi, del quale si dà infatti per scontata la riconferma. Questo mentre in casa Enel l'amministratore delegato Francesco Starace affidava proprio ieri, in una lunga intervista al Financial Times, la difesa della sua scelta di puntare sulle energie rinnovabili.


La partita sul Pnrr e sui fondi per lo sviluppo energetico si inserisce poi ovviamente in un quadro più ampio di rapporti tra il governo italiano e gli altri partner europei che vede Roma in posizione rivendicativa e conflittuale sul tema dei flussi migratori, e su posizioni differenti da Germania e Francia per quel che riguarda un allentamento dei limiti agli aiuti di Stato. Meloni - che ieri ha comunicato i suoi colloqui con il presidente francese Emmanuel Macron, il premier olandese Mark Rutte e altri leader europei - ha il compito non facile di tessere una tela dalla quale l'Italia possa ottenere il massimo in termini di fondi senza lasciare allo stesso tempo che Paesi con disponibilità di bilancio pubblico ben più cospicue delle nostre - Berlino in testa - possano profittare di un ammorbidimento delle regole sugli aiuti di Stato per spingere le loro economie nazionali più di quanto sia consentito all'Italia.


Un negoziato necessario, anche se il rischio è che una partita complessiva sui fondi in Europa non si accompagni a un altrettanto intenso lavoro day by day sui fondi del Pnrr, finora affidato dal nuovo governo al ministero per il Sud e la Coesione sociale guidato da Raffaele Fitto. Un monitoraggio costante dei progetti del Pnrr continua ad essere tra i punti focali - e finora tra i punti deboli - dell'implementazione italiana del piano europeo. Proprio ieri il meritorio osservatorio Openpolis ha indicato che sui 55 obiettivi del Pnrr che il governo ha indicato come completati per la seconda metà del 2022, quattordici in realtà non lo sono ancora. E le indiscrezioni su un possibile accentramento della cabina di regia sul Pnrr a Palazzo Chigi potrebbero essere coerenti con questo quadro di difficoltà.