L’Italia alla sfida dell’ energia
di Marta Dassù , di Marta DassùQuando si siederà domani al tavolo del Consiglio europeo, Giorgia Meloni dovrà affrontare un dibattito importante per l’Europa: come rispondere all’Inflation Reduction Act (Ira) varato dall’Amministrazione Biden a sostegno della transizione energetica negli Stati Uniti. L’America vede questa scelta di politica industriale, costruita anzitutto su crediti fiscali, come un aspetto della competizione strategica con la Cina. Ma la scelta americana preoccupa l’Europa: si teme una concorrenza “sleale”. Se si aggiunge che il costo dell’energia è molto più basso in America che in Europa, l’Ue finisce per vedere negli Stati Uniti un “competitor” industriale, più che un alleato.
In teoria, le f…
Quando si siederà domani al tavolo del Consiglio europeo, Giorgia Meloni dovrà affrontare un dibattito importante per l’Europa: come rispondere all’Inflation Reduction Act (Ira) varato dall’Amministrazione Biden a sostegno della transizione energetica negli Stati Uniti. L’America vede questa scelta di politica industriale, costruita anzitutto su crediti fiscali, come un aspetto della competizione strategica con la Cina. Ma la scelta americana preoccupa l’Europa: si teme una concorrenza “sleale”. Se si aggiunge che il costo dell’energia è molto più basso in America che in Europa, l’Ue finisce per vedere negli Stati Uniti un “competitor” industriale, più che un alleato.
In teoria, le facilitazioni fiscali sono anche un’opportunità per l’industria europea delle rinnovabili: le imprese del Vecchio Continente produrranno anche negli Stati Uniti, Enel ne è un esempio. E allora? Nei fatti, prevale l’idea che l’impianto dell’Ira penalizzi l’Europa. Se la Cina aiuta da sempre le sue imprese e l’America fa altrettanto con 369 miliardi dollari per il settore delle energie rinnovabili, l’Ue non può che porsi il problema di rilanciare una sua politica industriale.
Il punto, naturalmente, è che gli Stati europei non hanno una posizione comune, mentre l’Ue non ha gli strumenti di politica fiscale di cui dispone Washington. Le risposte possibili sono due: una revisione delle regole sugli aiuti di Stati, nuovi fondi europei a sostegno delle imprese energetiche. La Germania vuole l’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato ma è contraria a nuove emissioni di debito europeo: la ragione è chiara, i paesi con maggiore spazio fiscale avranno anche maggiori vantaggi nazionali, come già dimostrato negli anni scorsi. La Francia sostiene entrambe le scelte ma tenderà a convergere su Berlino: la visita congiunta a Washington dei rispettivi ministri dell’economia conferma che la coppia franco-tedesca, per quanto ammaccata, è sempre pronta a riemergere. I Nordici, Olanda inclusa, sono contrari ad entrambe le risposte, ma potranno alla fine appoggiare un allentamento temporaneo e mirato delle regole sugli aiuti di Stato. Senza fondi europei ulteriori.
Che margini negoziali restano all’Italia? La domanda è cruciale: come paese ad alto debito, rischiamo seriamente di essere penalizzati sia da una guerra fratricida sugli aiuti di Stato che dalla futura revisione del Patto di stabilità. Nonostante l’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, Roma può contare solo fino a un certo punto sulla sponda francese. Per Parigi, il rapporto con Berlino resta prioritario. Mentre la relazione fra Giorgia Meloni e Olaf Scholz, il cancelliere tedesco, non sarà facile da rafforzare: la chimica personale non funziona granché, lo si è visto con la prima visita a Berlino della premier italiana. Se le condizioni di partenza sono queste, Giorgia Meloni potrebbe puntare a un trade-off: maggiore flessibilità sugli aiuti di stato ma in cambio di maggiore flessibilità anche sull’utilizzo dei fondi comuni erogati (Next Generation Eu, fondi di coesione). Vanno in questo senso le proposte di Roma per riallocare una parte dei prestiti del Pnrr a progetti industriali connessi alla crisi energetica.
Il nuovo governo italiano ha deciso, buttandosi alle spalle anni di polemiche verso Francia e Germania, di giocare la sua partita europea al centro dell’Ue. Cercando poi di collegarvi un paese come la Polonia, il cui peso specifico è stato aumentato di colpo dalla guerra in Ucraina. È una scelta giusta, per la terza economia europea. Ma che non sarà semplice trasformare in risultati. L’Europa delle nazioni a cui guarda culturalmente l’attuale maggioranza, è un tavolo complicato, fatto di grande competizione e di solidarietà limitata. Sulla risposta all’Ira, l’Italia ha due carte da giocare, di merito e di principio. Primo: è un caso in cui l’interesse nazionale dell’Italia coincide con l’interesse comune a salvaguardare la base della futura competitività dell’Ue, l’integrità del mercato interno. Secondo: va evitata una battaglia sui sussidi fra le due sponde dell’Atlantico, mentre andrebbe costruito l’opposto, un mercato energetico più integrato fra Stati Uniti ed Europa. Il tandem franco-tedesco dei ministri dell’economia ha compiuto qualche passo avanti in questa direzione nei colloqui di Washington: trasparenza sui sussidi, allargamento delle “esenzioni” per imprese e componenti europei nell’attuazione dell’Ira; sforzi comuni per garantire e diversificare le supply-chain delle industrie green nel settore dei materiali strategici. Meloni può sostenere che saranno passi non sufficienti, se l’Europa non si doterà degli strumenti giusti per diventare più competitiva. Non è ancora così. Il fattore Stati Uniti ha sempre rafforzato il peso dell’Italia al tavolo europeo. E l’argomento è solido, tanto più in un Consiglio europeo che tratterà anche di Ucraina: l’alleanza occidentale, per reggere alla prova della guerra, non potrà restare unita sulla sicurezza mentre si allontana sull’economia.