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Chissà che vita avrà Aya, la bimba sopravvissuta in Siria

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Sono tanti gli orfani del terremoto, ora tutti li guardiamo con emozione, ma dopo che succederà a noi e loro?
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Tutti vogliono adottare Aya, dicono le agenzie di stampa. Migliaia di offerte solo dall’Italia, nel mondo saranno milioni: datela a me. Aya, che vuol dire miracolo, è la neonata siriana salvata dalle macerie ancora attaccata al cordone ombelicale della madre, morta come il resto della sua famiglia. Bello, par carità, averla chiamata Aya. Un’iniziativa dei medici. Bello, ma pensa che peso: per tutta la vita ogni volta che declini il tuo nome ti chiederai perché solo tu, perché gli altri no. Può essere letale, la sindrome del sopravvissuto. Lo insegnano a scuola quando aprite a pagina 105, questo è Primo Levi che “non sopportava il peso” e chissà poi se è stato davvero quello, cosa ne sappiamo noi. Di certo non sarà solo il nome, la croce di Aya e di tutti i bambini per i quali ci commuoviamo con struggimento nelle pause tra una canzone e l’altra, tra un che brava l’hai scritto da sola, co…

Tutti vogliono adottare Aya, dicono le agenzie di stampa. Migliaia di offerte solo dall’Italia, nel mondo saranno milioni: datela a me. Aya, che vuol dire miracolo, è la neonata siriana salvata dalle macerie ancora attaccata al cordone ombelicale della madre, morta come il resto della sua famiglia. Bello, par carità, averla chiamata Aya. Un’iniziativa dei medici. Bello, ma pensa che peso: per tutta la vita ogni volta che declini il tuo nome ti chiederai perché solo tu, perché gli altri no. Può essere letale, la sindrome del sopravvissuto. Lo insegnano a scuola quando aprite a pagina 105, questo è Primo Levi che “non sopportava il peso” e chissà poi se è stato davvero quello, cosa ne sappiamo noi. Di certo non sarà solo il nome, la croce di Aya e di tutti i bambini per i quali ci commuoviamo con struggimento nelle pause tra una canzone e l’altra, tra un che brava l’hai scritto da sola, come scendi bene le scale, hai visto però anche le femmine, che cervellini anche loro, che stupore. Ma non sarà questo il primo problema della bambina di cinque anni che proteggeva col suo corpo il fratello minore e che ha detto al soccorritore “se mi salvi farò quello che vuoi”, delle sorelle annerite di polvere mano nella mano, dell’adolescente che fissa il vuoto, di questa foto e dell’altra e l’altra ancora di bimbi rimasti soli al mondo — un momento all’improvviso, la vita di prima non c’è più. Avranno prima da riuscire a credere di essere vivi, poi da chiedersi dove sono gli altri, avranno da cercarli per anni, per decenni e domandarsi perché io. Non ora, nel momento della conta dei sommersi e dei salvati, ma dopo: che ne sarà di queste migliaia di creature, dopo. Che adulti saranno, fra dieci e vent’anni: che generazione. Anche noi — ricordate? — abbiamo avuto i nostri “orfani di guerra”, una legge apposita per tutelarli, scuole e classi speciali per dar loro un’istruzione e posti di lavoro dedicati, pensioni e vitalizi. Ma erano i nostri nonni o se siete anziani genitori, è stato tanto tempo fa e di solito a casa non se ne parla. Di certe cose si parla solo con le piante. Poi, negli anni della ritrovata opulenza, siamo stati in grado di accogliere gli orfani degli altri, quando il razzismo era ancora tenuto a bada dalla memoria familiare — dallo sguardo dei padri superstiti. Non ti azzardare. Abbiamo accolto nei decenni leve di orfani di tragedie altrui, i bimbi di Chernobyl, delle guerre lontane, ora gli ucraini ma meno gli africani che sono neri, diciamolo, se sono bimbi musulmani o neri di pelle è più difficile, inutile essere ipocriti, non siamo mica l’America. Padroni a casa propria, se non ti piace qui torna pure a casa tua. Titoli di giornale, ministri di governo. La memoria è fatta di vento: passano due generazioni e si ricomincia da capo. I nostri morti in guerra sono sbiaditi nelle foto in bianco e nero, ragazzini in divisa di cui non si ricorda il nome. Tabula rasa, roba vecchia. Piuttosto: sei d’accordo con la classifica finale? Che ne pensi dei duetti? Ma va bene, certo. Bisogna pur svagarsi, la vita è difficile. Pensa quella di Aya, che vita sarà.


C’è un libro, s’intitola Mi limitavo ad amare te, in cui una scrittrice dotata di una lingua morbidissima e tagliente, Rosella Postorino, racconta una storia che forse ricordate ancora: quella dei bimbi di Sarajevo. E’ interessante, è utile perché non è stato troppi anni fa ed è come una macchina del tempo: mostra adulti i bambini per cui ci siamo commossi allora, erano gli anni Novanta. Quelli arrivati coi pullman su cui li avevano caricati a volte le madri, i padri pur di salvarli dalla guerra, vai amore è solo per poco, vai, poi arrivo. Come i genitori fanno passare i figli sopra il filo spinato degli aeroporti in Afghanistan (già, e le bambine afgane?), come li affidano a chi attraversa il mare su un gommone rattoppato pagando i mercanti di vite ma i porti poi sono chiusi, mica possiamo accogliere tutti, sarà un problema dell’Europa — ci diciamo e pazienza se qualcuno muore di sete, qualcuno cade in acqua e si sa, se hai tre anni non sai nuotare, affoghi. Strano che non ci siano migliaia di richieste per adottare anche quelli, cosa avranno di diverso da Aya. Ma dicevo dei bimbi di Sarajevo, che Postorino racconta attraverso il loro sguardo — ci racconta chi siamo noi, coi loro occhi. Un grandissimo lavoro di documentazione, dietro la scrittura: un pezzo di storia recente, altro che libri di storia. Li abbiamo presi in affido, poi se si poteva adottati, molte tantissime volte perché erano risarcimento di una privazione. Famiglie che non potevano avere figli, è difficile da dire ma va detto, non è stato sempre così ma sovente e pazienza se avevano le loro famiglie ancora vive: meglio dimenticarle, meglio vivere dove si vive meglio, o no? I bambini del romanzo non piangono mai, immagino che sia così nella realtà. Piangere non serve. Nada, che non ha un dito della mano, non piange. La psicologa italiana chiede “se avete l’esigenza di piangere non reprimete le vostre emozioni, non vergognatevi” ma Omar la disprezza, non piange. Sua madre gli ha detto “corri”, quando è scoppiata la granata, e lui ha corso — l’ha perduta. Perché ha corso anziché restare con lei? Lei che di certo è ancora viva, da qualche parte, e dunque come può Omar accettare come madre una malinconica signora italiana se ha la sua, di madre, da tornare a cercare. Poi diventano grandi. Qualcuno tumula il passato e lo dimentica, vuole una ragazza italiana con cui andare in discoteca. Vuole essere bravo all’università di Bologna: “Preferisco stare da solo in Italia senza il peso di una storia che mi trascina giù”. Qualcun altro non dimentica e finisce fuori dall’edificante traiettoria delle aspettative. In galera, per esempio, può portarti la rabbia: di aver dimenticato la tua lingua, com’è stato possibile? Tuo padre, tuo fratello dove sono? Perché tu hai una bicicletta nuova e loro non chiamano, forse non trovano il numero? “Pensare che il corpo che ti ha messo al mondo, il luogo da cui hai avuto origine, sia scomparso è come se il mare avesse inghiottito la terra in cui sei nato”. Cosa sarà degli orfani che oggi ci commuovono, quando fra un momento avremo smesso di guardare le loro foto nelle macerie. Fra dieci anni o venti anni. Cosa sarà di loro e anche, mi domando, cosa sarà di noi.