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Rai, la tentazione della censura

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Adesso che le luci dell'Ariston si sono spente sta per andare in onda un film visto e rivisto, un classico della politica italiana: l'assedio dei vincitori al fortino di Viale Mazzini
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Il suono allegro delle trombe che annunciavano dalla tv accesa il nuovo record di ascolti di Sanremo non è riuscito ieri a coprire un cupo rumore di fondo che si faceva sempre più nitido, più vicino e più inquietante: la carica della cavalleria del centrodestra contro la Rai di Fuortes (e il Festival di Amadeus).

Adesso che le luci dell'Ariston si sono spente - ed è svanita la magia di questa liturgia nazionalpopolare capace di tenere davanti al televisore da martedì a sabato dodici milioni di italiani, come un Superbowl moltiplicato per cinque - sta per andare in onda un film visto e rivisto, un classico della politica italiana: l'assedio dei vincitori al fortino di Viale Mazzini.

Non era dunque l'infortunio di uno sprovveduto, quell'attacco del leghista Matteo Salvini contro la prima serata del Festival, nel quale il vicepresidente del Consiglio ha persino criticato l'elogio della Costituzione ad opera di un irresistibi…

Il suono allegro delle trombe che annunciavano dalla tv accesa il nuovo record di ascolti di Sanremo non è riuscito ieri a coprire un cupo rumore di fondo che si faceva sempre più nitido, più vicino e più inquietante: la carica della cavalleria del centrodestra contro la Rai di Fuortes (e il Festival di Amadeus).

Adesso che le luci dell'Ariston si sono spente - ed è svanita la magia di questa liturgia nazionalpopolare capace di tenere davanti al televisore da martedì a sabato dodici milioni di italiani, come un Superbowl moltiplicato per cinque - sta per andare in onda un film visto e rivisto, un classico della politica italiana: l'assedio dei vincitori al fortino di Viale Mazzini.

Non era dunque l'infortunio di uno sprovveduto, quell'attacco del leghista Matteo Salvini contro la prima serata del Festival, nel quale il vicepresidente del Consiglio ha persino criticato l'elogio della Costituzione ad opera di un irresistibile Benigni e la stessa presenza del capo dello Stato, liquidata senza rispetto come una parentesi di "svago".


Non lo era, perché nel giro di quattro giorni sono arrivate non tre o cinque ma 18 dichiarazioni di guerra - le ha contate su Repubblica Emanuele Lauria - non solo e non tanto contro il conduttore di Sanremo ma sempre più chiaramente contro il vero obiettivo: il quartier generale di Viale Mazzini. Accusato apertamente dal capogruppo di Fratelli d'Italia a Montecitorio, Tommaso Foti, di aver dato "il consenso e il beneplacito" alla trasformazione del Festival "in una tribuna elettorale" (sottinteso: della sinistra). E avvertito dal portavoce televisivo del partito, Lucio Malan, che "ci sarebbero gli estremi perché i vertici Rai lasciassero i loro incarichi".

Siamo dunque al preavviso di sfratto, motivato con apprezzabile candore dal meloniano Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura: "Noi siamo i difensori dei valori tradizionali ed esprimeremo dei nuovi dirigenti". Con un mandato preciso: "Arricchire la narrazione del nostro Paese".

Diciamo la verità: ogni nuova maggioranza di governo ha tentato, riuscendoci quasi sempre, di mettere le mani sul servizio pubblico radiotelevisivo, quello che tutti dicono di voler sottrarre al controllo dei partiti, finché non tocca a loro. Dunque non c'è nulla di sorprendente, nel desiderio del centrodestra di prendere il controllo della Rai.

E tuttavia c'è qualcosa di preoccupante, nel fatto che l'assalto sia partito proprio contro Sanremo. Perché certo, in queste cinque serate ciascuno di noi ha fatto il suo elenco delle cose belle e di quelle brutte, ci sono stati i momenti della commozione e quelli in cui sembrava di guardare una gabbia di matti, ma l'esagerazione scanzonata, lo scivolone e persino lo scandalo fanno da sempre parte dello spettacolo. Il Festival non è la Comune di Parigi. Amadeus non è il capo del Cln. L'irriverente Fiorello non è un anarchico insurrezionalista.
E Sanremo non avrebbe fatto per cinque serate il pieno degli ascolti se non fosse lo specchio dell'Italia di oggi, che non è egemonizzata dalla sinistra e dalla cultura gender fluid - come sostiene Fratelli d'Italia - ma è, più semplicemente, un Paese che oggi va nella direzione in cui va il mondo. Perché, come ha detto benissimo Stefano Coletta - il direttore Rai messo sotto accusa - "la televisione deve rappresentare tutta la società, nella sua interezza".

È dunque inevitabile porre una domanda, alla presidente del Consiglio che finora non ha detto una sola parola ma evidentemente condivide il piano e forse anche le motivazioni degli assedianti: qual è la "narrazione" che il suo partito vorrebbe imporre alla Rai? Vuole usare il servizio pubblico per ottenere un'egemonia culturale fondata sul ritorno al passato, inseguendo l'idea di un'Italia che per fortuna ormai non c'è più? Pensa per esempio di modellare un'identità femminile nuova, italica, con le parole che Giorgia Meloni scandì nel celebre comizio di piazza San Giovanni, ovvero donna-madre-italiana-cristiana? E per tornare a Sanremo, come crede che oggi sia possibile ingabbiare uno spettacolo vivo come il Festival all'interno dei "valori tradizionali", evitando ogni sorpresa dal palco dell'Ariston? Domanda non retorica, perché al momento si conosce un solo strumento capace di ottenere questo risultato: la censura.